Ermanno Olmi, dopo aver diretto “Centochiodi” nel 2007, disse di volersi dedicare da quel momento in poi solamente a documentari. Per nostra fortuna ci ha ripensato, e sforna nel 2011 un piccolo capolavoro.

Un parroco viene privato di ciò che di più importante ha al mondo: la sua Chiesa. E’ la sua casa, il luogo in cui vive da tanti (troppi?) anni, un insieme di ricordi indelebili. Ma la Chiesa “non serve più”, e piano piano viene smantellata. Assistiamo pezzo per pezzo alla distruzione di questo luogo sacro, con gli oggetti che vengono portati via e un grande vuoto che colpisce lo spettatore. Immedesimandosi nel protagonista, non è affatto difficile immaginare quanto sia doloroso tutto ciò per il prete. Va avanti a latte e biscotti, è sempre più solo, si ritrova a parlare da solo ad alta voce per sopravvivere. Un bel giorno però qualcosa cambia: degli stranieri bussano alla porta dell’abitazione del parroco in cerca di riparo, un luogo dove stare. Il prete, secondo la logica che dovrebbe essere di tutti quelli come lui, non ci pensa due volte e apre la sua casa ai nuovi ospiti. Alcuni in casa, altri (la maggior parte) nella Chiesa. Saranno proprio loro a ridare vita alla Chiesa ormai abbandonata, a trasformarla da luogo di preghiera a luogo di accoglienza.

“Il villaggio di cartone” non è un film sul Vaticano o sulla religione cattolica, ma sugli esseri umani tutti. Ci si focalizza su Dio, sì, ma anche su ciò che ognuno di noi dovrebbe fare indipendentemente dalla sua Fede e dal suo credo. La potenza di questi nuovi “amici” che fanno visita al prete è incredibile: egli, che si credeva ormai solo e vecchio, si rende conto di essere ancora in grado di fare del bene concretamente, per della povera gente. Bellissima la sua reazione nei confronti degli uomini della legge che obbediscono a qualsiasi ordine venga loro impartito, seppur palesemente sbagliato, come fossero burattini. L’anziano signore è ora in grado di interrogarsi, domandarsi cos’era la sua Chiesa prima e cos’è la sua Chiesa adesso. E giunge anche alla conclusione che il Bene è più grande della Fede.

Ermanno Olmi riesce con un’intensità notevole a trasmettere l’idea che Dio sia in ciascuno di quei clandestini che cercano solo un tetto per ripararsi in attesa di ripartire.

Una pellicola semplice, ma al tempo stesso importante per il suo significato e le sue intenzioni. Ottima sceneggiatura con dialoghi mai banali e regia pulita che indugia sui volti dei personaggi (sarebbe meglio dire delle persone, in questo caso). Discorso a parte per il cast: il parroco (Michael Lonsdale) si adatta alla parte e offre una bella interpretazione. Purtroppo a deludere, in diversi momenti, è il doppiaggio, che incide negativamente anche sulla “prestazione” di Rutger Hauer (l’indimenticabile Roy Batty di “Blade runner”, ma qui con un altro doppiatore, tanto per rimanere sul tema). I più bravi, sembra paradossale (non trattandosi, credo, di attori professionisti) sono proprio i clandestini.

In conclusione, “Il villaggio di cartone” è un film che consiglio per riflettere sulla carità, la solidarietà, la differenza tra Fede e Bene. Appassionante.

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