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		<title>Tutti i nostri desideri</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 09:55:31 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo lo straordinario “Welcome”, Philippe Lioret torna al cinema e dimostra ancora una volta che sa come fare Cinema.</p>
<p>Claire è un giovane magistrato del Tribunale di Leone. Ha un marito che cucina per lei, due figli piccoli e non potrebbe voler desiderare altro dalla vita. Improvvisamente, però, le viene diagnosticato una sorta di tumore cerebrale. Deciderà, inizialmente, di non dire nulla al marito per non sconvolgerlo.</p>
<p>Allo stesso tempo, la donna si ritrova ad affrontare in tribunale il caso della madre di una compagna di classe dei figli, tale Céline. Ella ha dei debiti con degli istituti di credito, o meglio i debiti li ha già ripagati, ma questi istituti continuano a chiederle soldi all&#8217;infinito. Claire, ovviamente spiazzata dovendo giudicare il caso di una conoscente, cercherà di far valere le ragioni della donna, ormai ridotta alla miseria.</p>
<p>Un personaggio chiave nella storia sarà quello di Stéphane, un esperto per quanto riguarda le controversie di questo tipo, che aiuterà il magistrato a far luce sulla vicenda.</p>
<p>Lioret ha un pregio (accade qui, ed accadeva anche in “Welcome”): parla di grandi temi sociali raccontando storie di singole persone. Ciò permette di realizzare delle pellicole emozionanti, intense, ma non noiose, in cui lo spettatore si può rispecchiare meglio. Il regista è riuscito a dare profondità ai due personaggi principali e a non renderli “schiavi” del loro senso di giustizia e quindi fuori dal mondo. Sono umani, nei loro pregi e nei loro difetti, e sanno qual è la realtà.</p>
<p>La storia, di base, è semplice, ma lascia spazio a riflessioni sull&#8217;usura (come chiamare, altrimenti, quella praticata da questi istituti di credito, non solo in Francia?), sull&#8217;amicizia, ed anche sull&#8217;amore. Inizialmente sembra di trovarsi di fronte ad un film comune, non eccezionale, fatto e finito. Ed invece no, c&#8217;è un crescendo di intensità ed emozioni molto interessante ed inaspettato.</p>
<p>La sceneggiatura, quindi, è valida e scritta bene: non ci sono buchi ed è realistica.</p>
<p>Gli attori sono tutti nella parte: Marie Gillain (Claire) riesce a dare al suo personaggio tutta la determinazione e lo spirito combattivo necessario per affrontare una battaglia legale non indifferente; Vincent Lindon (Stéphane) dopo “Welcome” dimostra ancora una volta di avere talento e saper reggere il film anche da solo;  Amandine Dewasmes (Céline) riesce a nascondere la sofferenza del suo personaggio dietro alla timidezza.</p>
<p>Niente male la colonna sonora (musiche originali di Flemming Nordkrog), specie in alcune scene chiave.</p>
<p>Tirando le somme, Philippe Lioret ha fatto nuovamente un gran bel lavoro, e si conferma come validissimo regista Francese.</p>
<p>Liberamente (molto liberamente, da quel che leggo) tratto dal libro “Vite che non sono la mia”, di Emmanuel Carrère.</p>
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		<title>Hunger</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 21:08:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;1 Marzo 1976 il governo britannico decise di abolire lo status di “prigioniero politico”. I componenti della PIRA (Provisional Irish Republican Army, ovvero l&#8217;organizzazione paramilitare che voleva la fine della presenza britannica in Irlanda del Nord e la riunificazione con la Repubblica d&#8217;Irlanda (Eire)) erano rinchiusi nel carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord, ribattezzato “Maze” dopo che era stata costruita la parte nuova del carcere costituita da 8 edifici a forma di H (gli H-Blocks, Blocchi H). Si parla di un carcere duro, in cui i prigionieri vengono picchiati e trattati come bestie. Nel 1976 i detenuti iniziarono la “blanket protest” (protesta delle coperte) rifiutando di indossare la classica uniforma carceraria (perchè si definivano, per l&#8217;appunto, prigionieri politici e non delinquenti come gli altri) e coprendosi solo con una coperta. Due anni più tardi, nel 1978, si passò ad una protesta ancora più dura, denominata “dirty protest” (protesta dello sporco): i prigionieri spalmavano gli escrementi sui muri delle celle e buttavano l&#8217;urina sotto le porte, poiché venivano duramente picchiati dai secondini quando lasciavano le celle per andare al bagno.<br />
Il 27 Ottobre 1980, dopo quattro anni di “vita” in condizioni praticamente disumane, i detenuti iniziarono il primo sciopero della fame. Sette detenuti digiunarono per 53 giorni fino al 18 Dicembre 1980, quando si decise di interrompere lo sciopero perchè uno dei prigionieri (Sean McKenna) era in fin di vita, e per delle vaghe e non definite promesse del governo britannico (poi non mantenute).<br />
Ma è nell&#8217;arco temporale che va dall&#8217;1 Marzo 1981 al 5 Maggio 1981 che si concentra il film di Steve McQueen. In questo periodo, infatti, Robert Gerard Sands (uno dei detenuti) decise di intraprendere un secondo sciopero della fame.<br />
Bastano in realtà queste poche righe, alcune delle quali facenti parte di una pagina su Wikipedia, per capire quanto duro, intenso e violento sia “Hunger”. In alcuni momenti sembra quasi di assistere ad un album di fotografie, anziché ad un film, per quanto realisticamente viene raccontata e descritta l&#8217;intera vicenda. Steve McQueen è un regista che da&#8217; più risalto di altri alla forza, impressionante, delle immagini. In questa pellicola, per esempio, abbiamo pochissimi dialoghi, eccetto una lunghissima conversazione di 20 minuti (su 96, che è la durata dell&#8217;opera) tra Bobby Sands e Padre Dominic Moran. E&#8217; la parte centrale, quella in cui impariamo a conoscere meglio il personaggio di Bobby Sands (interpretato da un Michael Fassbender che mette in discussione l&#8217;inesistenza della perfezione) ed in cui assistiamo ad un appassionante “scontro” sulla morale e sulla religione. E&#8217; lo stesso protagonista a spiegarci perchè vuole portare avanti questo sciopero fino alla fine, non dando più spazio, secondo me, a dubbi.<br />
Tornando alla forza delle immagini, è interessante notare quanto il regista indugi più volte su particolari a volte solo apparentemente inutili, ed altre volte su dettagli inquietanti. Una delle tante scene atroci che mi ha colpito è quella in cui uno dei detenuti viene percosso con un manganello: un realismo assurdo, sembra che stia avvenendo tutto per davvero.<br />
Se in “Shame” (il successivo film del regista) il lavoro sulla colonna sonora era eccellente e parte importante della buona riuscita dell&#8217;opera, qui si da&#8217; spazio quasi esclusivamente ad urli e rumori, probabilmente per creare più tensione. E se è vero, come è vero, che la mancanza di una colonna sonora più presente non si sente affatto, significa che il regista è riuscito a dare alle immagini un peso maggiore del normale.<br />
La sceneggiatura regge benissimo nonostante la pellicola si concentri su un arco di tempo specifico e relativamente ridotto. Il protagonista è lui, Bobby Sands, ed è da lui che parte il messaggio di protesta che è parte integrante della storia.<br />
Gli attori sono tutti di una bravura rara, ma spicca proprio Michael Fassbender che si conferma come uno dei migliori attori in circolazione.<br />
“Hunger”, di Steve McQueen, è un film del 2008, ed è uscito in Italia solo il 27 Aprile 2012.<br />
“Shame”, sempre di Steve McQueen, è un film del 2011, ed è uscito in Italia il 13 Gennaio 2012. Io penso che ora dovremmo farci tutti quanti delle domande.<br />
Se i produttori non avessero portato in Italia “Shame” (e sono sicuro che l&#8217;abbiano fatto solo perchè, superficialmente ed erroneamente, si potrebbe dire che è un lungometraggio sul sesso) e lo stesso non avesse avuto un discreto successo, noi “Hunger” nei cinema italiani probabilmente non l&#8217;avremmo mai visto. Sarebbe stato un peccato, un grave peccato, perchè ci troviamo di fronte ad una pellicola originale e validissima. Tutto questo è colpa del pubblico italiano che non è educato al cinema. Continuando ad andare al cinema a vedere “Twilight”, i cinepanettoni, ed i film di Federico Moccia e Fabio Volo, la situazione non cambierà. Ed è così che il rischio di perdere delle grandi opere d&#8217;arte sarà sempre più alto, e vicino, forse inevitabile. Il mio è un consiglio: se volete vedere prodotti orrendi, vedeteli, ma vedeteli a casa vostra scaricandoli da internet o noleggiandoli. I soldi, al cinema, non li regalate a registi e produttori che sfornano “pellicole” per un pubblico distratto, ignorante, stolto. Donateli piuttosto a chi nell&#8217;arte del Cinema con la C maiuscola ci crede davvero. Non stupiamoci neanche se i film italiani di buona qualità ci sono ma non vanno alla ribalta. Se non li andate a vedere, è ovvio che è e sarà sempre così. Per cui non vi accontentate del cinema con 14 sale nel centro commerciale, che magari vi costringe a subire 30 minuti di pubblicità prima dell&#8217;inizio dello spettacolo ed una proiezione con una qualità audio e video più che scadente. Siate curiosi, cercate piccoli gioielli nascosti, riconsiderate la vostra esperienza cinematografica. Ne trarrete molto giovamento. Per ora, e concludo, lasciatevi coinvolgere da “Hunger” e anche da “Shame” (visto che non l&#8217;ho recensito), due storie completamente diverse ma dalla potenza non comune.<br />
Nota a margine: una frase molto significativa di Bobby Sands che nella pellicola non viene pronunciata. &#8220;Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l&#8217;Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista&#8221;.</p>
<p><img class="alignnone" title="Hunger" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/hunger.jpeg" alt="" width="420" height="600" /></p>
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		<title>&#8230;E ora parliamo di Kevin</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 10:00:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Una donna aspetta un bambino. Non lo vuole, ed il bambino, quasi come se avesse sempre sentito tutto ciò, una volta nato si “vendica” con la madre.</p> <p>“&#8230;E ora parliamo di Kevin” tratta, sostanzialmente, di questo. L&#8217;avverbio è importante, perchè in realtà in questo film di Lynne Ramsay si affrontano tematiche molto complesse.</p> <p>In quasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una donna aspetta un bambino. Non lo vuole, ed il bambino, quasi come se avesse sempre sentito tutto ciò, una volta nato si “vendica” con la madre.</p>
<p>“&#8230;E ora parliamo di Kevin” tratta, sostanzialmente, di questo. L&#8217;avverbio è importante, perchè in realtà in questo film di Lynne Ramsay si affrontano tematiche molto complesse.</p>
<p>In quasi tutti gli articoli della critica che ho letto (specialmente dopo la visione, visto che lo sport preferito dei critici è diventato quello di svelare il finale delle pellicole o troppi dettagli riguardo alla trama delle stesse, quasi a voler togliere ogni sorpresa allo spettatore che si accinge ad andare al cinema) si parlava di “pugno allo stomaco”. Premesso che questa definizione può essere intesa in diversi modi, e varia da soggetto a soggetto, posso dire che non è totalmente sbagliata.</p>
<p>Di certo non ci troviamo di fronte ad una commedia, o ad una “passeggiata”. La splendida regia, unita ad un cast di alto livello che da&#8217; il meglio di sé, dona alla pellicola un aspetto inquietante, angosciante, a tratti forse anche disturbante, che non è così comune trovare al cinema.</p>
<p>La donna di cui parlavo all&#8217;inizio è Eva (Tilda Swinton), che è la protagonista del film insieme al figlio Kevin (Ezra Miller). E&#8217; evidente sin dalle primissime scene che Eva questo figlio non lo vuole. Ci pensa e ci ripensa (grande e sapiente uso di flashback, dall&#8217;inizio alla fine) ma alla fine il momento in cui il bambino viene alla luce arriva. La convivenza tra madre e figlio è difficilissima sin dall&#8217;infanzia di quest&#8217;ultimo: piange di continuo, poi inizia a fare dispetti, poi non parla alla madre&#8230;</p>
<p>Eva si chiede perchè, e la regista è molto brava a non fornire troppe risposte. E&#8217; lo spettatore che deve cercarle, non la pellicola che deve darle. Ma questo è solo un mio pensiero.</p>
<p>Gli altri personaggi principali sono il compagno di Eva (Franklin, interpretato da John C. Reilly) e la sorellina di Kevin (Celia, Ashley Gerasimovich). E diciamo che, paragonandoli ai due protagonisti, finiscono un po&#8217; per diventare personaggi secondari.</p>
<p>“&#8230;E ora parliamo di Kevin” è un film che non piacerà a tutti. Lento (ma mai noioso), impegnativo, con una tensione costante ed immagini un po&#8217; forti (oramai siamo abituati a ben altro, ma mi rendo conto che un certo tipo di spettatori potrebbe comunque rimanere spiazzato). Entrando in sala, ho sentito alcuni commenti di chi stava lasciando il cinema poiché aveva visto lo spettacolo precedente: alcuni delusi (“Ma chi li va a vedere questi film?”, come a dire: “Sono un italiano medio, aridatece er cinepanettone”), alcuni toccati (“Che ansia!”), molti altri senza parole e stupiti. All&#8217;uscita dallo spettacolo che ho visto io, invece, ho sentito addirittura gridare al capolavoro. Termine un po&#8217; azzardato in questo caso, ma di sicuro parliamo di un ottimo lavoro.</p>
<p>Quanto alle tematiche, come dicevo, non ci si risparmia: il rapporto tra madre e figlio credo sia un po&#8217; la base di tutte le nostre vite, e parlo dal punto di vista sia della madre che del figlio. Perchè Eva non vuole questo bambino? Ha paura di non essere all&#8217;altezza? Di non volergli bene quanto dovrebbe? E&#8217; spaventata dal fatto che la sua vita cambierà? Domande a cui lo spettatore potrà provare a rispondere. Una cosa che non va sottovalutata è che si parla secondo me poco del passato di Eva. Quanto ci viene raccontato di Eva e quanto nascosto? Inoltre nella pellicola non viene mai menzionata la parola “aborto”, mai. E neanche l&#8217;aborto stesso, ovviamente. Qui si potrebbero aprire discussioni chilometriche, ma dietro questa scelta ritengo ci sia la volontà della regista di mostrare limiti e paradossi del mondo occidentale e della religione. Eva, con tutta sé stessa, vorrebbe non avere questo figlio ma lo porterà alla luce comunque, rovinando di fatto la sua vita e quella del figlio. Dal punto di vista di Kevin, invece, parliamo di un bambino che già dall&#8217;infanzia percepisce (ed ascolta anche, visto che la madre non glielo nasconde) un&#8217;avversione verso di lui non indifferente, così come una grande carenza di affetto. Poi c&#8217;è tutto il resto, che non svelerò.</p>
<p>Vale la pena vedere questa pellicola per diverse ragioni: tensione costante, splendida regia, una Tilda Swinton da Oscar (che invece ha vinto l&#8217;European Film Award come miglior attrice europea). Già questo varrebbe il prezzo del biglietto. Aggiungiamoci poi una sceneggiatura che lascia spazio a domande e riflessioni, un bel montaggio sonoro (sempre riferito alla tensione, si gioca molto bene sui rumori e sui suoni, oltre che sulle immagini) ed una interessante fotografia in cui domina il rosso.</p>
<p>Parlando di difetti, molti potrebbero trovare, come già detto, “&#8230;E ora parliamo di Kevin” lento. C&#8217;è chi non se ne cura, se il prodotto finale merita (è il mio caso), e chi invece inizia a sbuffare. Vedete voi, insomma. Io lo ritengo un validissimo film inglese, tratto dal romanzo &#8220;Dobbiamo parlare di Kevin&#8221; di Lionel Shriver.</p>
<p><img class="alignnone" title="...E ora parliamo di Kevin" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/eoraparliamodikevin.jpeg" alt="" width="428" height="600" /></p>
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		<title>Le idi di Marzo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 22:20:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di un film scritto, interpretato, prodotto e diretto da George Clooney. Una vera sorpresa perchè in molti, ovvero quelli come me che non hanno visto nessuno dei suoi tre precedenti lavori da regista, non avrebbero mai immaginato che costui avesse potuto cimentarsi così bene in tutti questi ruoli. “Le idi di Marzo” è un capolavoro, e sicuramente uno dei film più belli dell&#8217;anno. E&#8217; un thriller politico “classico”, termine che sempre divide critica e pubblico. Qui non ci sono sperimentazioni, rivoluzioni, o colpi di genio che non ti aspetti. Ma ci sono una sceneggiatura molto fedele alla realtà, un cast stellare, ed un&#8217;ottima regia. E&#8217; poco? No, è Cinema.</p>
<p>Il classicismo viene visto talvolta in negativo (anche con riferimento a Clint Eastwood, sempre da parte della critica), invece è da apprezzare. Un buon film è un buon film, che sia classico o “sperimentale”.</p>
<p>“Le idi di Marzo” parla di politica, che è come parlare di tutto. Il protagonista, il Governatore Mike Morris (George Clooney) è alla sfida decisiva contro il Senatore Pullman (“che razza di nome”, è la prima cosa che ho pensato tra me e me sorridendo) per le primarie presidenziali del Partito Democratico americano. Al suo fianco ha uno staff collaudato e di cui si fida: Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) e Stephen Meyers (Ryan Gosling). Morris non è il candidato favorito, statistiche alla mano, sebbene il suo gruppo di lavoro sia molto fiducioso in merito alla sua vittoria.</p>
<p>La pellicola racconta, sostanzialmente, quanto marcia sia la politica: la storia è piena di sotterfugi, ricatti, bugie e via discorrendo. Decisivi saranno i ruoli del Senatore Thompson (Jeffrey Wright), della stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) ed anche di Tom Duffy (Paul Giamatti). Il primo è, in parole povere, il politico che muove un sacco di voti; la seconda è la classica stagista “facile” che mette nei guai tutti (lei per prima); il terzo è l&#8217;addetto stampa del candidato Pullman.</p>
<p>La trama ruota attorno a questi personaggi ed è bene non rivelare altro. Quello di cui si può invece parlare è il significato della pellicola. “Le idi di Marzo” non è un modo per dire, semplicemente, che “i politici sono tutti uguali”. Non è un film qualunquista o retorico, è piuttosto una riflessione sulla nostra società e su ciò che gli uomini sono disposti a fare per avere successo. Come riportava giustamente una recensione, questo è uno di quei casi in cui gli americani fanno film contro loro stessi. Ma, aggiungo io, non è solo contro gli americani ma contro tutto (perlomeno) l&#8217;Occidente, perchè la politica non funziona così solo negli U.S.A.</p>
<p>E&#8217; molto interessante, nel corso del film, il contrasto tra i discorsi dei candidati ed i loro comportamenti. Si parla di etica, e poi si commettono “errori” di ogni tipo. Morris, in un&#8217;intervista televisiva, afferma che la società deve essere migliore dell&#8217;individuo, perchè se è l&#8217;individuo a sbagliare è giusto che paghi. Ed invece accade proprio che lui può sbagliare perchè la società è peggio di lui. Un bel paradosso, ma anche una bella utopia il fatto che possa esistere una società migliore dell&#8217;individuo. Non accade, e penso che non accadrà mai. E&#8217; proprio il fondamento grazie al quale figure di spicco della politica e di gruppi occulti possono continuare a fare i loro porci comodi. E&#8217; colpa della società, è colpa nostra, di tutti noi. Ed il fatto che sia colpa di tutti e non di uno solo non deve portarci alla rassegnazione, ma allo scatto necessario a farci ribellare tutti insieme. Ma forse, anche questa è un&#8217;utopia.</p>
<p>Tecnicamente parlando, “Le idi di Marzo” scorre via benissimo. Non è lento, non è noioso, appassiona. Non si ride, non si piange, ma non è un film che si vive con freddezza. C&#8217;è tensione, c&#8217;è la curiosità del “come andrà a finire?”, e c&#8217;è la grande riflessione a cui accennavo prima. Tutto è merito della sceneggiatura (tratta dal lavoro teatrale &#8220;Farragut North&#8221; di Beau Willimon), che sebbene qualcuno abbia affermato il contrario, secondo il sottoscritto non fa acqua da nessuna parte e non presenta “buchi”.</p>
<p>La regia è nel segno dello stile della pellicola: classica. Curata, impeccabile, ma non aspettatevi piani sequenza da urlo o un nuovo modo di utilizzare la macchina da presa.</p>
<p>Gli attori sono stratosferici. Come già detto prima nel cast troviamo, tra gli altri, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Ryan Gosling e Paul Giamatti. E proprio Ryan Gosling, dopo la sua straordinaria prova in “Drive”, si dimostra anche qui un attore davvero bravo. Se continuerà così avrà un grande futuro. Gli altri, anche, in quanto a professionalità non fanno eccezione. In questa opera non c&#8217;è neanche un attore fuori posto, cosa non sempre scontata, anzi.</p>
<p>Infine le musiche: ritroviamo Alexandre Desplat, il compositore di “The tree of life”, che anche qui fa bella figura.</p>
<p>“Le idi di Marzo” è il film perfetto per questo Natale, altro che cinepanettoni vari. E, tornando al discorso di prima, già lo considero un classico.</p>
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		<title>The Artist</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 02:00:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="lyMe" id="WYL_zzNhyZlTNAg" style="width:420px;height:315px;"><noscript><a href="http://youtu.be/zzNhyZlTNAg"><img src="http://img.youtube.com/vi/zzNhyZlTNAg/0.jpg" alt="" width="420" height="295" /><br />Watch this video on YouTube</a> Embedded with WP YouTube Lyte.</noscript></div>
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<p><img title="The Artist" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/theartist.jpeg" alt="" width="420" height="600" /></p>
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		<title>Midnight in Paris</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:54:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se avete voglia di divertirvi, viaggiare, sognare e riflettere, “Midnight in Paris” è il film giusto per voi. Può essere descritto come un viaggio in un grande luna park pieno di attrazioni, tra passato e presente. L&#8217;ultima pellicola di Woody Allen, se non si hanno acquisito abbastanza informazioni in merito, spiazza. Spiazza per assurdità, creatività, fantasia e, a tratti, genialità. Spesso, quando andando al cinema ci aspettiamo di vedere un tipo di film ed invece ce ne troviamo di fronte un altro, rimaniamo delusi o nel peggiore dei casi ci innervosiamo non poco. Qui, sebbene ci si possa aspettare una semplice commedia sentimentale e poi ci si ritrovi davanti tutt&#8217;altro, si rimane solo contenti. E&#8217; talmente bello restare sorpresi dallo svolgimento della storia che vi dirò solo che la storia inizia con uno scrittore (Gil) che passa una vacanza a Parigi con la futura moglie (Inez) ed i genitori di lei. La vacanza sarà disturbata da pseudo-intellettuali (Paul) e dalle particolari notti di Gil.</p>
<p>Non aspettatevi da “Midnight in Paris” una storia vera, ma non aspettatevi neanche una storia così assurda da risultare ridicola, fuori luogo, sciocca o brutta. Aspettatevi semplicemente una storia assurda e godetevela senza tanti pensieri. O meglio, i pensieri lasciateli per riflettere sul significato profondo del film. Woody Allen realizza un&#8217;opera che, a seconda dei punti di vista, può essere considerata un inno all&#8217;ottimismo ed alla gioia di vivere o una presa di coscienza che le nostre misere vite sarebbero le stesse anche in altre epoche. Su due grandi temi pone infatti l&#8217;accento la pellicola: l&#8217;amore e la nostra vita.</p>
<p>Si parla di amore perchè assistiamo a scene d&#8217;amore ma anche a tradimenti e discussioni. E si parla della nostra vita con riferimento al passato ed al presente. Ci si chiede se davvero la nostra vita sarebbe diversa in altre epoche o se, come afferma il protagonista, “Il presente è un po&#8217; insoddisfacente perchè la vita è un po&#8217; insoddisfacente”.</p>
<p>Grande cast tra i quali spiccano Owen Wilson, Marion Cotillard (sempre una tra le attrici più belle del momento) e, in ruoli minori, Carla Bruni ed Adrien Brody. C&#8217;è stato un dibattito tra chi pensa che il personaggio di Owen Wilson in realtà rappresenti Woody Allen e chi invece afferma che non sia così. Be&#8217;, io in lui ho rivisto molto Woody Allen. E&#8217; ovvio che non rappresenta il regista se parliamo della storia vera e propria, ma come idea ci rientra alla grande.</p>
<p>La sceneggiatura non ha buchi o momenti bui e scorre via che è davvero un piacere. Le risate non mancheranno sebbene, come alcuni hanno detto ironizzando sui social network, prima della visione ci vorrebbe un veloce ripasso di arte, storia e letteratura per cogliere tutte le battute e non sentirsi degli incredibili ignoranti.</p>
<p>La musica è quanto di più adatto ci potesse essere per la pellicola, specie se parliamo delle ambientazioni, ed è davvero gradevole.</p>
<p>La regia deve gestire alcune scene molto vivaci e ricche di personaggi e situazioni movimentate, ma riesce a trasmettere benissimo l&#8217;atmosfera parigina ed è di buona qualità.</p>
<p>Le uniche note dolenti, se proprio dobbiamo trovare il pelo nell&#8217;uovo, sono la scena finale (un po&#8217; buttata lì, questa è la sensazione) e quella sconclusionatezza che si avverte ogni tanto. Sicuramente molti la avvertiranno di più ed altri di meno, io non la considero tale da costituire un difetto. “Midnight in Paris” è un grande film, non un capolavoro. Ma la verità è che mi sono lasciato andare, mi sono divertito, e non sono rimasto deluso da questo lavoro. E questo lo trovo un grande merito, per la pellicola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="Midnight in Paris" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/midnightinparis.jpeg" alt="" width="424" height="600" /></p>
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		<title>This must be the place</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 21:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cheyenne è una rockstar che ha abbandonato la scena musicale da almeno 20 anni, ed ora ne ha 50. Nonostante lo spettacolo non faccia più parte (professionalmente parlando) della sua vita, continua a truccarsi in maniera a dir poco eccentrica attirando l&#8217;attenzione di tutti ma al contempo rifugiandosi in sé stesso. Vive in Irlanda in una splendida villa (evidentemente i diritti dei suoi vecchi pezzi, ed il giocare in borsa che ha come “hobby”, fruttano bene) con la moglie, con la quale è sposato da più di 30 anni. Tutti i giorni va a trovare un&#8217;amica adolescente che vive con la madre. Il problema di Cheyenne è la noia: lui la chiama depressione, la moglie (ed anche io) semplicemente noia, per l&#8217;appunto.</p>
<p>La trama, fino a questo punto, ricorda un po&#8217; “Somewhere” di Sofia Coppola, per il fatto che anche lì c&#8217;era un protagonista “annoiato” che aveva fatto il suo tempo. La questione, purtroppo, è che “This must be the place” non è la versione riveduta e corretta di “Somewhere”, ma va in tutt&#8217;altra direzione. Se nel film della Coppola si andava nella giusta direzione nel modo sbagliato, qui si va nella direzione errata e per giunta in modo sbagliato.</p>
<p>C&#8217;è infatti nella pellicola di Sorrentino un momento esatto in cui vengono accantonati la moglie, l&#8217;amica adolescente, la madre dell&#8217;amica adolescente, la noia del protagonista, l&#8217;Irlanda e tutto il resto per poi riprenderli (in parte) solo a fine pellicola. Tutto ad un tratto spunta infatti dal nulla il padre di Cheyenne, morto, che ha passato tutta la vita a cercare il nazista che lo umiliò ad Auschwitz. Il regista/sceneggiatore decide quindi che questo sarà un film sull&#8217;Olocausto, in sintesi. Cosa c&#8217;entrano Cheyenne, la sua figura, la sua situazione ecc. con l&#8217;Olocausto? Nulla.</p>
<p>E&#8217; davvero palese, guardando la pellicola, quanto questo innesto narrativo sia forzato. Ed è un peccato. Se è vero, come è vero, che a pensar male non si sbaglia quasi mai, Sorrentino è molto molto molto furbo, per non dire “paraculo” (passatemi il termine forte e volgare). Sì, perchè la prima cosa che viene in mente è che l&#8217;aver utilizzato questo tema così complesso ed “abusato” come espediente per giustificare il viaggio di Cheyenne in America (dove era il padre, e dove cercherà il criminale) sia frutto di una scelta puramente commerciale e “furba”. Come anche insegnano Roberto Benigni con “La vita è bella”, e più recentemente Stephen Daldry con “The reader”, quello dell&#8217;Olocausto in ambito cinematografico (mi sento di parlare solo di questo ambito, perchè è quello a cui mi sento più vicino) è un jolly: se parli di questo tema, sei un bravo regista (e Sorrentino lo è!) e costruisci una storia intorno a questo punto cardine, dai sicuramente un respiro internazionale alla pellicola e se ti va bene porti anche a casa qualche premio.</p>
<p>Non è questa la sede per parlare politicamente e storicamente dell&#8217;Olocausto. Una cosa però, per evitare equivoci, preferisco sottolinearla: condanno in toto i responsabili di quei crimini e non sono in alcun modo vicino all&#8217;ideologia che ha portato a quella tragedia. Dopo aver ribadito questo concetto, che io in realtà considero un&#8217;ovvietà, posso dire la mia: basta utilizzare l&#8217;Olocausto per sopperire a mancanza di idee, far colpo sulla gente, distribuire pellicole in mezzo mondo e vincere Oscar. La Storia è piena di crimini, anche recenti, anche attuali: perchè continuare a fare pellicole sull&#8217;Olocausto nel 2011 invece di guardare a ciò che succede oggi nel nostro mondo? Perchè Cheyenne ha un padre ebreo che è stato in un campo di concentramento più di 50 anni fa e non un cugino che adesso, e non decenni fa, vive in Palestina e conosce a sue spese l&#8217;utilizzo del fosforo bianco come arma? Bisognerebbe farsele queste domande, e bisognerebbe vedere se si trova una risposta diversa da quelle che ho provato a formulare prima. Qui non si parla di dimenticare o non ricordare, non sia mai, ma di parlare anche di altro. Il mondo, nella sua tragicità, va avanti.</p>
<p>Chiusa questa doverosa parentesi, “This must be the place” (il titolo deriva da una canzone dei Talking Heads, quindi è inutile che vi sforziate di cercare significati che non ci sono) dei meriti li ha. Sean Penn, nella sua interpretazione, è straordinario. La sua risatina (resa benissimo dal doppiatore italiano, sarebbe interessante sentirla anche in originale per sapere quanto fedele sia) ed il suo sarcasmo non verranno dimenticati da molti. Paolo Sorrentino si dimostra l&#8217;abile regista che già avevo avuto modo di vedere ne “Il divo”, mentre riguardo alla sceneggiatura si torna al punto di prima. Sì, ci sono personaggi ben scritti, ce ne sono altri quasi superflui (con relative scene di cui sono protagonisti) ma sono tutti soffocati da un qualcosa che con loro non c&#8217;entra assolutamente niente. Alla colonna sonora nulla da eccepire.</p>
<p>La parte migliore della pellicola, concludendo, è quella iniziale: i personaggi sono loro stessi, non sono condizionati da un qualcosa che è stato imposto forzatamente. Poi, invece, ci si perde un po&#8217; tra luoghi comuni, banalità, cose viste e riviste. Si potevano approfondire personaggi quale quello di Jane (la moglie di Cheyenne, interpretata da Frances McDormand), di Mary (la ragazza adolescente, interpretata Eve Hewson) e paradossalmente quello di Cheyenne, che qui vede sì un approfondimento ed una evoluzione ma in una chiave diversa e ristretta in un recinto. Poteva essere un capolavoro, ma non lo è. “This must be the place” è “solo” un buon film (a tratti irritante, ma anche con scene davvero apprezzabili) salvato dall&#8217;interpretazione di Sean Penn soprattutto, ed in secondo luogo anche dalla regia e dalla fotografia. Considerando gli “ingredienti” poteva venir fuori davvero qualcosa di potente ed originale. Peccato.</p>
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<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Il problema è che passiamo troppo velocemente dall&#8217;età in cui diciamo &#8220;farò così&#8221; a quella in cui diremo &#8220;è andata così&#8221;"</em></p>
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<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Non è vero, ma è bello che tu me lo dica&#8221;</em></p>
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<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato&#8230;&#8221;</em></p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Sto cercando di far mettere insieme una ragazza triste con un ragazzo triste, ma forse tristezza e tristezza non sono compatibili&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Mio padre sta morendo di vecchiaia&#8230; Una malattia che non esiste!&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;La solitudine è il luogo dei risentimenti&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Lo conosci l&#8217;Olocausto?&#8221;</p>
<p>&#8220;In modo molto generico&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E tuo padre? Lo conoscevi tuo padre?&#8221;</p>
<p>&#8220;Anche lui in modo molto generico&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Perchè l&#8217;architetto ha scritto CUISINE nella nostra cucina? Lo sappiamo che è la cucina&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;È un problema molto diffuso tra i giovani, la distrazione&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Che genere di arma desidera?&#8221;</p>
<p>&#8220;Una che fa male!&#8221;</p>
<p>&#8220;È capitato nel posto giusto!&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;La paura è importante per aiutarti a prendere decisioni, ma almeno una volta nella vita bisogna non aver paura&#8221;</p>
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<p>&#8220;E quando hai deciso di non aver paura?&#8221;</p>
<p>&#8220;Questa volta&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;A pensarci bene ultimamente mi capitano molte cose rare&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Un padre non può fare a meno di amare suo figlio&#8230;&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Chiedo scusa, però l&#8217;ho fatto apposta!&#8221;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Grazie per aver suonato con me&#8230;&#8221;</p>
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<p><img class="alignnone" title="This must be the place" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/thismustbetheplace.jpg" alt="" width="420" height="600" /></p>
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		<title>Il villaggio di cartone</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 20:16:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ermanno Olmi, dopo aver diretto “Centochiodi” nel 2007, disse di volersi dedicare da quel momento in poi solamente a documentari. Per nostra fortuna ci ha ripensato, e sforna nel 2011 un piccolo capolavoro.</p> <p>Un parroco viene privato di ciò che di più importante ha al mondo: la sua Chiesa. E&#8217; la sua casa, il luogo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ermanno Olmi, dopo aver diretto “Centochiodi” nel 2007, disse di volersi dedicare da quel momento in poi solamente a documentari. Per nostra fortuna ci ha ripensato, e sforna nel 2011 un piccolo capolavoro.</p>
<p>Un parroco viene privato di ciò che di più importante ha al mondo: la sua Chiesa. E&#8217; la sua casa, il luogo in cui vive da tanti (troppi?) anni, un insieme di ricordi indelebili. Ma la Chiesa “non serve più”, e piano piano viene smantellata. Assistiamo pezzo per pezzo alla distruzione di questo luogo sacro, con gli oggetti che vengono portati via e un grande vuoto che colpisce lo spettatore. Immedesimandosi nel protagonista, non è affatto difficile immaginare quanto sia doloroso tutto ciò per il prete. Va avanti a latte e biscotti, è sempre più solo, si ritrova a parlare da solo ad alta voce per sopravvivere. Un bel giorno però qualcosa cambia: degli stranieri bussano alla porta dell&#8217;abitazione del parroco in cerca di riparo, un luogo dove stare. Il prete, secondo la logica che dovrebbe essere di tutti quelli come lui, non ci pensa due volte e apre la sua casa ai nuovi ospiti. Alcuni in casa, altri (la maggior parte) nella Chiesa. Saranno proprio loro a ridare vita alla Chiesa ormai abbandonata, a trasformarla da luogo di preghiera a luogo di accoglienza.</p>
<p>“Il villaggio di cartone” non è un film sul Vaticano o sulla religione cattolica, ma sugli esseri umani tutti. Ci si focalizza su Dio, sì, ma anche su ciò che ognuno di noi dovrebbe fare indipendentemente dalla sua Fede e dal suo credo. La potenza di questi nuovi “amici” che fanno visita al prete è incredibile: egli, che si credeva ormai solo e vecchio, si rende conto di essere ancora in grado di fare del bene concretamente, per della povera gente. Bellissima la sua reazione nei confronti degli uomini della legge che obbediscono a qualsiasi ordine venga loro impartito, seppur palesemente sbagliato, come fossero burattini. L&#8217;anziano signore è ora in grado di interrogarsi, domandarsi cos&#8217;era la sua Chiesa prima e cos&#8217;è la sua Chiesa adesso. E giunge anche alla conclusione che il Bene è più grande della Fede.</p>
<p>Ermanno Olmi riesce con un&#8217;intensità notevole a trasmettere l&#8217;idea che Dio sia in ciascuno di quei clandestini che cercano solo un tetto per ripararsi in attesa di ripartire.</p>
<p>Una pellicola semplice, ma al tempo stesso importante per il suo significato e le sue intenzioni. Ottima sceneggiatura con dialoghi mai banali e regia pulita che indugia sui volti dei personaggi (sarebbe meglio dire delle persone, in questo caso). Discorso a parte per il cast: il parroco (Michael Lonsdale) si adatta alla parte e offre una bella interpretazione. Purtroppo a deludere, in diversi momenti, è il doppiaggio, che incide negativamente anche sulla “prestazione” di Rutger Hauer (l&#8217;indimenticabile Roy Batty di “Blade runner”, ma qui con un altro doppiatore, tanto per rimanere sul tema). I più bravi, sembra paradossale (non trattandosi, credo, di attori professionisti) sono proprio i clandestini.</p>
<p>In conclusione, “Il villaggio di cartone” è un film che consiglio per riflettere sulla carità, la solidarietà, la differenza tra Fede e Bene. Appassionante.</p>
<p><img class="alignnone" title="Il villaggio di cartone" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/ilvillaggiodicartone.jpeg" alt="" width="412" height="600" /></p>
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		<title>Carnage</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 19:34:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Roman Polanski porta il teatro al cinema. Un compito arduo, una sfida difficile, che può riuscire solo a chi conosce bene il mezzo e lo sa gestire alla grande. “Carnage” è infatti la trasposizione cinematografica dell&#8217;opera teatrale “Il dio del massacro”, di Yasmina Reza.</p> <p>La storia narra di due ragazzini (Zachary e Ethan) che litigano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roman Polanski porta il teatro al cinema. Un compito arduo, una sfida difficile, che può riuscire solo a chi conosce bene il mezzo e lo sa gestire alla grande. “Carnage” è infatti la trasposizione cinematografica dell&#8217;opera teatrale “Il dio del massacro”, di Yasmina Reza.</p>
<p>La storia narra di due ragazzini (Zachary e Ethan) che litigano in un parco. Uno dei due “sfigura” l&#8217;altro facendogli perdere due denti. A questo punto, i genitori dei bambini si ritrovano a casa per discutere della questione e pensare a come rimediare al brutto gesto.</p>
<p>Il film è questo: la conversazione dei quattro genitori. Una realtà che, a primo acchito, non invoglia ad andare in sala e vedere la pellicola. Andandoci, invece, e man mano che i minuti passano, si capisce che ne è valsa la pena e non si sono persi 75 minuti della propria vita. Sì, “Carnage” dura solo 75 minuti, quasi un mediometraggio, ed è la durata ideale per un&#8217;opera del genere.</p>
<p>A reggere in piedi il tutto, oltre ai movimenti di macchina sempre attenti e perfetti di Polanski, sono i quattro maestosi attori protagonisti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly.</p>
<p>Partendo da un episodio semplice, e forse futile, almeno in parte (sebbene ingigantito), i quattro personaggi inizieranno a dibattere animatamente di tutto, mettendo in luce la falsità e l&#8217;ipocrisia del genere umano.</p>
<p>La pellicola si divide in due parti, ben distinte. Nella prima si cerca di “conciliare”, venirsi incontro, essere accoglienti e accomodanti e trovare una soluzione al problema con toni pacati, e con rilassatezza. Per la serie: “Ok, c&#8217;è stato un danno, mettiamoci intorno ad un tavolo e risolviamolo”. Nella seconda, invece, ci si lascia andare. Sì, basta falsi sorrisi, convenevoli, discorsi buonisti. Tiriamo fuori il peggio di noi, il nostro vero animo, e scontriamoci se dobbiamo scontrarci. Questo è lo spirito. E&#8217; qui la parte “divertente” della pellicola: frecciatine, battute continue, umorismo nero. Si ride di gusto. E si nota quanto le persone si contraddicano, si smentiscano, mentano agli altri e a loro stessi. Dapprima c&#8217;è una coppia che punzecchia l&#8217;altra, poi ci sono gli uomini col Blackberry contro le donne con le borsette, fino ad arrivare ad un tutti contro tutti (con tanto di citazioni belliche, come una vera e propria guerra).</p>
<p>Michael Longstreet (John C. Reilly) vende oggetti per la casa. Inizialmente è un ottimo padrone di casa: gentile, accogliente, disponibile. Poi mette in luce tutta la sua mediocrità, mostrandosi per quello che è: ammette lui stesso di non essere un brav&#8217;uomo, si mette a suo agio bevendo scotch, fumando, e poi dice le cose negative che pensa davvero degli ospiti.</p>
<p>Christoph Waltz (Alan Cowen) è un avvocato spietato e spregiudicato, si lascia convincere ad andare all&#8217;incontro con gli altri genitori dalla moglie. E&#8217; sempre al telefono, si alza continuamente interrompendo la conversazione e scatenando le ire della compagna e non solo.</p>
<p>Nancy Cowen (Kate Winslet) è una broker “debole di stomaco”. Falsa, falsissima, fissata con borsette e robe varie.</p>
<p>Penelope Longstreet (Jodie Foster) è probabilmente l&#8217;unico personaggio che ha qualcosa da salvare. E&#8217; anche lei falsa, sì, è anche un po&#8217; isterica, ma se non altro ha dei valori e crede ancora (si illude?) che l&#8217;umanità possa progredire. Forse potrebbe apparire ingenua e lontana dalla realtà, ma tutto ciò non è un male.</p>
<p>Quello che mette in luce “Carnage” è proprio, in primo luogo, la regressione dell&#8217;umanità. “Il tramonto dell’Occidente in un appartamento di New York”, come ha detto un critico. In secondo luogo, non si può “convivere” con chiunque. E&#8217; inutile fingere più di tanto, ci sono persone con cui non si potrà mai andare d&#8217;accordo, ed è giusto così. E&#8217; meglio dirsi tutto in faccia, piuttosto che indossare maschere. Ogni tanto bisogna lasciarsi andare.</p>
<p>Presentato al festival del cinema di Venezia, il film non ha incredibilmente vinto nessun premio. Ma c&#8217;è una buona notizia: l&#8217;Italia è il primo paese al mondo ad avere “Carnage” al cinema, distribuito da Medusa in 370 copie. Seguiranno a novembre Spagna e Germania, a dicembre Francia, Usa, Gran Bretagna e resto del mondo. E&#8217; un fatto altamente singolare, non di rado siamo l&#8217;ultimo paese al mondo ad accogliere film stranieri nelle nostre sale.</p>
<p>Giudicato da gran parte della critica come “film perfetto”, “Carnage” è una pellicola semplice, che vola basso, non si dà delle arie, ma riesce comunque a farsi apprezzare come se fosse stata scritta per vincere gli Oscar. Non un capolavoro, ma un film cinematograficamente perfetto, a cui non si riescono a trovare difetti. Sono due cose diverse, ma che soddisfano ugualmente appieno lo spettatore mentre esce dalla sala. Ottimo.</p>
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<p>Michael Longstreet (John C. Reilly)</p>
<p>&#8220;Non ne posso più di tutte queste stronzate buoniste e poi io sono un figlio di puttana con un brutto carattere. Ok?&#8221;</p>
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<p>Jodie Foster<br />
&#8220;Ma chi gli ha chiesto di vomitare opinioni?&#8221;</p>
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<p>Alan Cowen (Christoph Waltz)<br />
&#8220;Io credo nel dio del massacro.<br />
Il dio che regna incontrastato dalla notte dei tempi&#8230;&#8221;</p>
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<p>Alan Cowen (Christoph Waltz)<br />
&#8220;Ho visto la sua amica Jane Fonda l&#8217;altro giorno in televisione,<br />
per poco non mi compravo un poster del ku klux klan&#8221;</p>
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<p><img class="alignnone" title="Carnage" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/carnage.jpeg" alt="" width="427" height="600" /></p>
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		<title>Cose dell&#8217;altro mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 17:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Difficilmente Francesco Patierno avrebbe potuto scegliere un titolo migliore per il suo nuovo film. “Cose dell&#8217;altro mondo”&#8230; sì, perchè ciò che questa pellicola racconta (e purtroppo è realtà) è davvero qualcosa fuori da ogni logica ed ogni comprensione: il razzismo.</p>
<p>Siamo in Veneto, giorni nostri. L&#8217;industriale Golfetto (Diego Abatantuono) adopera nella sua fabbrica operai stranieri. Grazie ad essi può permettersi una bella casa ed un tenore di vita invidiabile. La sera, in un programma televisivo locale, inveisce contro di loro con i suoi deliri xenofobi. “Apocalypse now!” esclama, augurandosi un apocalisse che spazzi via, come per magia, tutti gli stranieri. Ebbene, la mattina dopo ciò accade.</p>
<p>Tutto d&#8217;un tratto, in città non ci sono più stranieri. Ma non solo in città, anche in tutto il Veneto, ed in tutta Italia: una sorta di mega-sciopero di tutti i non italiani. Spariti, puff, niente. Le ricadute negative non tarderanno ad arrivare: quella più immediata colpisce Ariele (Valerio Mastandrea), poliziotto che si ritrova con la madre malata di Alzheimer a casa, senza badante. A Laura (Valentina Lodovini) sparirà il padre del bambino che aspetta, e molti bambini della scuola in cui insegna. Ma è evidente che la pellicola si focalizza proprio su ciò che perde l&#8217;industriale Golfetto: gli operai, e non solo. Colui che si gonfiava di orgoglio parlando ai suoi concittadini perde anche la prostituta che frequentava di sera. Malgrado egli sia sposato, rimarrà addolorato da questa scomparsa. Se la moglie avesse saputo il tutto probabilmente sarebbe rimasta ancora più addolorata. Forse ha solo fatto finta di non saperlo come spesso avviene in questi casi? Questo è un altro discorso.</p>
<p>“Cose dell&#8217;altro mondo” non è un capolavoro e non è un film con colpi di scena. Molto prevedibile, anche a causa delle numerose polemiche che hanno preceduto l&#8217;uscita in sala e la presentazione a Venezia. La storia è molto semplice, con un mix di componenti realistiche (purtroppo) e paradossali. Però è una commedia che fa molto ridere e fa molto riflettere, non è affatto poco.</p>
<p>Nel cast, oltre a Diego Abatantuono, spunta il sempre bravissimo Valerio Mastandrea. Questo ragazzo merita due righe: sceglie sempre ruoli che gli permettano di tracciare un filo comune tra tutti i personaggi che interpreta. Si può benissimo scambiare il Mastandrea di “Cose dell&#8217;altro mondo” con quello di “Non pensarci”, o ancora con quello de “La prima cosa bella”, e l&#8217;elenco potrebbe continuare. E&#8217; uno degli attori italiani più apprezzati (ed uno dei miei preferiti) forse proprio perchè è talmente naturale nella recitazione che&#8230; sembra che non reciti. Stralunato, un po&#8217; folle, simpaticissimo. Molti dei film che interpreta valgono il prezzo del biglietto già solo per il fatto che vi reciti lui. E poi qui abbiamo anche la bellissima Valentina Lodovini, che dopo “Generazione 1000 euro” definii, forse ingiustamente, la “Belen Rodriguez italiana” (in quella pellicola notai una somiglianza con la “showgirl” (?) argentina che adesso appare molto meno evidente).</p>
<p>Le polemiche legate al film di cui parlavo prima sono partite, guarda da un po&#8217;, dalla lega Nord. La pellicola viene accusa di essere “razzista e diffamatoria”. Peccato che ad essere razzista e diffamatorio non sia il film, ma i personaggi che il film mostra: una differenza non tanto sottile che chi ha messo in piedi queste polemiche (che poi è lo stesso tipo di persone che la pellicola vuole raccontare, è un cerchio che si chiude) non ha volutamente considerato. Come dire, cose dell&#8217;altro mondo.</p>
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<p>P.S.: Simone Cristicchi, autore della colonna sonora, ha detto la stessa cosa che ho pensato io guardando il film: &#8220;Va fatto vedere nelle scuole&#8221;.</p>
<p><img class="alignnone" title="Cose dell'altro mondo" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/cosealtromondo.jpg" alt="" width="421" height="600" /></p>
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