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		<title>Le idi di Marzo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 22:20:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di un film scritto, interpretato, prodotto e diretto da George Clooney. Una vera sorpresa perchè in molti, ovvero quelli come me che non hanno visto nessuno dei suoi tre precedenti lavori da regista, non avrebbero mai immaginato che costui avesse potuto cimentarsi così bene in tutti questi ruoli. “Le idi di Marzo” è un capolavoro, e sicuramente uno dei film più belli dell&#8217;anno. E&#8217; un thriller politico “classico”, termine che sempre divide critica e pubblico. Qui non ci sono sperimentazioni, rivoluzioni, o colpi di genio che non ti aspetti. Ma ci sono una sceneggiatura molto fedele alla realtà, un cast stellare, ed un&#8217;ottima regia. E&#8217; poco? No, è Cinema.</p>
<p>Il classicismo viene visto talvolta in negativo (anche con riferimento a Clint Eastwood, sempre da parte della critica), invece è da apprezzare. Un buon film è un buon film, che sia classico o “sperimentale”.</p>
<p>“Le idi di Marzo” parla di politica, che è come parlare di tutto. Il protagonista, il Governatore Mike Morris (George Clooney) è alla sfida decisiva contro il Senatore Pullman (“che razza di nome”, è la prima cosa che ho pensato tra me e me sorridendo) per le primarie presidenziali del Partito Democratico americano. Al suo fianco ha uno staff collaudato e di cui si fida: Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) e Stephen Meyers (Ryan Gosling). Morris non è il candidato favorito, statistiche alla mano, sebbene il suo gruppo di lavoro sia molto fiducioso in merito alla sua vittoria.</p>
<p>La pellicola racconta, sostanzialmente, quanto marcia sia la politica: la storia è piena di sotterfugi, ricatti, bugie e via discorrendo. Decisivi saranno i ruoli del Senatore Thompson (Jeffrey Wright), della stagista Molly Stearns (Evan Rachel Wood) ed anche di Tom Duffy (Paul Giamatti). Il primo è, in parole povere, il politico che muove un sacco di voti; la seconda è la classica stagista “facile” che mette nei guai tutti (lei per prima); il terzo è l&#8217;addetto stampa del candidato Pullman.</p>
<p>La trama ruota attorno a questi personaggi ed è bene non rivelare altro. Quello di cui si può invece parlare è il significato della pellicola. “Le idi di Marzo” non è un modo per dire, semplicemente, che “i politici sono tutti uguali”. Non è un film qualunquista o retorico, è piuttosto una riflessione sulla nostra società e su ciò che gli uomini sono disposti a fare per avere successo. Come riportava giustamente una recensione, questo è uno di quei casi in cui gli americani fanno film contro loro stessi. Ma, aggiungo io, non è solo contro gli americani ma contro tutto (perlomeno) l&#8217;Occidente, perchè la politica non funziona così solo negli U.S.A.</p>
<p>E&#8217; molto interessante, nel corso del film, il contrasto tra i discorsi dei candidati ed i loro comportamenti. Si parla di etica, e poi si commettono “errori” di ogni tipo. Morris, in un&#8217;intervista televisiva, afferma che la società deve essere migliore dell&#8217;individuo, perchè se è l&#8217;individuo a sbagliare è giusto che paghi. Ed invece accade proprio che lui può sbagliare perchè la società è peggio di lui. Un bel paradosso, ma anche una bella utopia il fatto che possa esistere una società migliore dell&#8217;individuo. Non accade, e penso che non accadrà mai. E&#8217; proprio il fondamento grazie al quale figure di spicco della politica e di gruppi occulti possono continuare a fare i loro porci comodi. E&#8217; colpa della società, è colpa nostra, di tutti noi. Ed il fatto che sia colpa di tutti e non di uno solo non deve portarci alla rassegnazione, ma allo scatto necessario a farci ribellare tutti insieme. Ma forse, anche questa è un&#8217;utopia.</p>
<p>Tecnicamente parlando, “Le idi di Marzo” scorre via benissimo. Non è lento, non è noioso, appassiona. Non si ride, non si piange, ma non è un film che si vive con freddezza. C&#8217;è tensione, c&#8217;è la curiosità del “come andrà a finire?”, e c&#8217;è la grande riflessione a cui accennavo prima. Tutto è merito della sceneggiatura (tratta dal lavoro teatrale &#8220;Farragut North&#8221; di Beau Willimon), che sebbene qualcuno abbia affermato il contrario, secondo il sottoscritto non fa acqua da nessuna parte e non presenta “buchi”.</p>
<p>La regia è nel segno dello stile della pellicola: classica. Curata, impeccabile, ma non aspettatevi piani sequenza da urlo o un nuovo modo di utilizzare la macchina da presa.</p>
<p>Gli attori sono stratosferici. Come già detto prima nel cast troviamo, tra gli altri, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Ryan Gosling e Paul Giamatti. E proprio Ryan Gosling, dopo la sua straordinaria prova in “Drive”, si dimostra anche qui un attore davvero bravo. Se continuerà così avrà un grande futuro. Gli altri, anche, in quanto a professionalità non fanno eccezione. In questa opera non c&#8217;è neanche un attore fuori posto, cosa non sempre scontata, anzi.</p>
<p>Infine le musiche: ritroviamo Alexandre Desplat, il compositore di “The tree of life”, che anche qui fa bella figura.</p>
<p>“Le idi di Marzo” è il film perfetto per questo Natale, altro che cinepanettoni vari. E, tornando al discorso di prima, già lo considero un classico.</p>
<p><img src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/leididimarzo.jpeg" alt="Le idi di Marzo" width="420" height="600" /></p>
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		<title>The Artist</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 02:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="lyte" id="WYL_zzNhyZlTNAg" style="width:420px;height:315px;"><noscript><a href="http://youtu.be/zzNhyZlTNAg"><img src="http://img.youtube.com/vi/zzNhyZlTNAg/0.jpg" alt="" width="420" height="315" /><br />Watch this video on YouTube.</a></noscript><script type="text/javascript"><!-- 
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<p>&nbsp;</p>
<p><img title="The Artist" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/theartist.jpeg" alt="" width="420" height="600" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Midnight in Paris</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 22:54:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se avete voglia di divertirvi, viaggiare, sognare e riflettere, “Midnight in Paris” è il film giusto per voi. Può essere descritto come un viaggio in un grande luna park pieno di attrazioni, tra passato e presente. L&#8217;ultima pellicola di Woody Allen, se non si hanno acquisito abbastanza informazioni in merito, spiazza. Spiazza per assurdità, creatività, fantasia e, a tratti, genialità. Spesso, quando andando al cinema ci aspettiamo di vedere un tipo di film ed invece ce ne troviamo di fronte un altro, rimaniamo delusi o nel peggiore dei casi ci innervosiamo non poco. Qui, sebbene ci si possa aspettare una semplice commedia sentimentale e poi ci si ritrovi davanti tutt&#8217;altro, si rimane solo contenti. E&#8217; talmente bello restare sorpresi dallo svolgimento della storia che vi dirò solo che la storia inizia con uno scrittore (Gil) che passa una vacanza a Parigi con la futura moglie (Inez) ed i genitori di lei. La vacanza sarà disturbata da pseudo-intellettuali (Paul) e dalle particolari notti di Gil.</p>
<p>Non aspettatevi da “Midnight in Paris” una storia vera, ma non aspettatevi neanche una storia così assurda da risultare ridicola, fuori luogo, sciocca o brutta. Aspettatevi semplicemente una storia assurda e godetevela senza tanti pensieri. O meglio, i pensieri lasciateli per riflettere sul significato profondo del film. Woody Allen realizza un&#8217;opera che, a seconda dei punti di vista, può essere considerata un inno all&#8217;ottimismo ed alla gioia di vivere o una presa di coscienza che le nostre misere vite sarebbero le stesse anche in altre epoche. Su due grandi temi pone infatti l&#8217;accento la pellicola: l&#8217;amore e la nostra vita.</p>
<p>Si parla di amore perchè assistiamo a scene d&#8217;amore ma anche a tradimenti e discussioni. E si parla della nostra vita con riferimento al passato ed al presente. Ci si chiede se davvero la nostra vita sarebbe diversa in altre epoche o se, come afferma il protagonista, “Il presente è un po&#8217; insoddisfacente perchè la vita è un po&#8217; insoddisfacente”.</p>
<p>Grande cast tra i quali spiccano Owen Wilson, Marion Cotillard (sempre una tra le attrici più belle del momento) e, in ruoli minori, Carla Bruni ed Adrien Brody. C&#8217;è stato un dibattito tra chi pensa che il personaggio di Owen Wilson in realtà rappresenti Woody Allen e chi invece afferma che non sia così. Be&#8217;, io in lui ho rivisto molto Woody Allen. E&#8217; ovvio che non rappresenta il regista se parliamo della storia vera e propria, ma come idea ci rientra alla grande.</p>
<p>La sceneggiatura non ha buchi o momenti bui e scorre via che è davvero un piacere. Le risate non mancheranno sebbene, come alcuni hanno detto ironizzando sui social network, prima della visione ci vorrebbe un veloce ripasso di arte, storia e letteratura per cogliere tutte le battute e non sentirsi degli incredibili ignoranti.</p>
<p>La musica è quanto di più adatto ci potesse essere per la pellicola, specie se parliamo delle ambientazioni, ed è davvero gradevole.</p>
<p>La regia deve gestire alcune scene molto vivaci e ricche di personaggi e situazioni movimentate, ma riesce a trasmettere benissimo l&#8217;atmosfera parigina ed è di buona qualità.</p>
<p>Le uniche note dolenti, se proprio dobbiamo trovare il pelo nell&#8217;uovo, sono la scena finale (un po&#8217; buttata lì, questa è la sensazione) e quella sconclusionatezza che si avverte ogni tanto. Sicuramente molti la avvertiranno di più ed altri di meno, io non la considero tale da costituire un difetto. “Midnight in Paris” è un grande film, non un capolavoro. Ma la verità è che mi sono lasciato andare, mi sono divertito, e non sono rimasto deluso da questo lavoro. E questo lo trovo un grande merito, per la pellicola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="Midnight in Paris" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/midnightinparis.jpeg" alt="" width="424" height="600" /></p>
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		<title>This must be the place</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 21:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cheyenne è una rockstar che ha abbandonato la scena musicale da almeno 20 anni, ed ora ne ha 50. Nonostante lo spettacolo non faccia più parte (professionalmente parlando) della sua vita, continua a truccarsi in maniera a dir poco eccentrica attirando l&#8217;attenzione di tutti ma al contempo rifugiandosi in sé stesso. Vive in Irlanda in una splendida villa (evidentemente i diritti dei suoi vecchi pezzi, ed il giocare in borsa che ha come “hobby”, fruttano bene) con la moglie, con la quale è sposato da più di 30 anni. Tutti i giorni va a trovare un&#8217;amica adolescente che vive con la madre. Il problema di Cheyenne è la noia: lui la chiama depressione, la moglie (ed anche io) semplicemente noia, per l&#8217;appunto.</p>
<p>La trama, fino a questo punto, ricorda un po&#8217; “Somewhere” di Sofia Coppola, per il fatto che anche lì c&#8217;era un protagonista “annoiato” che aveva fatto il suo tempo. La questione, purtroppo, è che “This must be the place” non è la versione riveduta e corretta di “Somewhere”, ma va in tutt&#8217;altra direzione. Se nel film della Coppola si andava nella giusta direzione nel modo sbagliato, qui si va nella direzione errata e per giunta in modo sbagliato.</p>
<p>C&#8217;è infatti nella pellicola di Sorrentino un momento esatto in cui vengono accantonati la moglie, l&#8217;amica adolescente, la madre dell&#8217;amica adolescente, la noia del protagonista, l&#8217;Irlanda e tutto il resto per poi riprenderli (in parte) solo a fine pellicola. Tutto ad un tratto spunta infatti dal nulla il padre di Cheyenne, morto, che ha passato tutta la vita a cercare il nazista che lo umiliò ad Auschwitz. Il regista/sceneggiatore decide quindi che questo sarà un film sull&#8217;Olocausto, in sintesi. Cosa c&#8217;entrano Cheyenne, la sua figura, la sua situazione ecc. con l&#8217;Olocausto? Nulla.</p>
<p>E&#8217; davvero palese, guardando la pellicola, quanto questo innesto narrativo sia forzato. Ed è un peccato. Se è vero, come è vero, che a pensar male non si sbaglia quasi mai, Sorrentino è molto molto molto furbo, per non dire “paraculo” (passatemi il termine forte e volgare). Sì, perchè la prima cosa che viene in mente è che l&#8217;aver utilizzato questo tema così complesso ed “abusato” come espediente per giustificare il viaggio di Cheyenne in America (dove era il padre, e dove cercherà il criminale) sia frutto di una scelta puramente commerciale e “furba”. Come anche insegnano Roberto Benigni con “La vita è bella”, e più recentemente Stephen Daldry con “The reader”, quello dell&#8217;Olocausto in ambito cinematografico (mi sento di parlare solo di questo ambito, perchè è quello a cui mi sento più vicino) è un jolly: se parli di questo tema, sei un bravo regista (e Sorrentino lo è!) e costruisci una storia intorno a questo punto cardine, dai sicuramente un respiro internazionale alla pellicola e se ti va bene porti anche a casa qualche premio.</p>
<p>Non è questa la sede per parlare politicamente e storicamente dell&#8217;Olocausto. Una cosa però, per evitare equivoci, preferisco sottolinearla: condanno in toto i responsabili di quei crimini e non sono in alcun modo vicino all&#8217;ideologia che ha portato a quella tragedia. Dopo aver ribadito questo concetto, che io in realtà considero un&#8217;ovvietà, posso dire la mia: basta utilizzare l&#8217;Olocausto per sopperire a mancanza di idee, far colpo sulla gente, distribuire pellicole in mezzo mondo e vincere Oscar. La Storia è piena di crimini, anche recenti, anche attuali: perchè continuare a fare pellicole sull&#8217;Olocausto nel 2011 invece di guardare a ciò che succede oggi nel nostro mondo? Perchè Cheyenne ha un padre ebreo che è stato in un campo di concentramento più di 50 anni fa e non un cugino che adesso, e non decenni fa, vive in Palestina e conosce a sue spese l&#8217;utilizzo del fosforo bianco come arma? Bisognerebbe farsele queste domande, e bisognerebbe vedere se si trova una risposta diversa da quelle che ho provato a formulare prima. Qui non si parla di dimenticare o non ricordare, non sia mai, ma di parlare anche di altro. Il mondo, nella sua tragicità, va avanti.</p>
<p>Chiusa questa doverosa parentesi, “This must be the place” (il titolo deriva da una canzone dei Talking Heads, quindi è inutile che vi sforziate di cercare significati che non ci sono) dei meriti li ha. Sean Penn, nella sua interpretazione, è straordinario. La sua risatina (resa benissimo dal doppiatore italiano, sarebbe interessante sentirla anche in originale per sapere quanto fedele sia) ed il suo sarcasmo non verranno dimenticati da molti. Paolo Sorrentino si dimostra l&#8217;abile regista che già avevo avuto modo di vedere ne “Il divo”, mentre riguardo alla sceneggiatura si torna al punto di prima. Sì, ci sono personaggi ben scritti, ce ne sono altri quasi superflui (con relative scene di cui sono protagonisti) ma sono tutti soffocati da un qualcosa che con loro non c&#8217;entra assolutamente niente. Alla colonna sonora nulla da eccepire.</p>
<p>La parte migliore della pellicola, concludendo, è quella iniziale: i personaggi sono loro stessi, non sono condizionati da un qualcosa che è stato imposto forzatamente. Poi, invece, ci si perde un po&#8217; tra luoghi comuni, banalità, cose viste e riviste. Si potevano approfondire personaggi quale quello di Jane (la moglie di Cheyenne, interpretata da Frances McDormand), di Mary (la ragazza adolescente, interpretata Eve Hewson) e paradossalmente quello di Cheyenne, che qui vede sì un approfondimento ed una evoluzione ma in una chiave diversa e ristretta in un recinto. Poteva essere un capolavoro, ma non lo è. “This must be the place” è “solo” un buon film (a tratti irritante, ma anche con scene davvero apprezzabili) salvato dall&#8217;interpretazione di Sean Penn soprattutto, ed in secondo luogo anche dalla regia e dalla fotografia. Considerando gli “ingredienti” poteva venir fuori davvero qualcosa di potente ed originale. Peccato.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Il problema è che passiamo troppo velocemente dall&#8217;età in cui diciamo &#8220;farò così&#8221; a quella in cui diremo &#8220;è andata così&#8221;"</em></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Non è vero, ma è bello che tu me lo dica&#8221;</em></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cheyenne</strong></p>
<p><em>&#8220;Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato&#8230;&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico&#8230;&#8221;</p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Sto cercando di far mettere insieme una ragazza triste con un ragazzo triste, ma forse tristezza e tristezza non sono compatibili&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Mio padre sta morendo di vecchiaia&#8230; Una malattia che non esiste!&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;La solitudine è il luogo dei risentimenti&#8221;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Lo conosci l&#8217;Olocausto?&#8221;</p>
<p>&#8220;In modo molto generico&#8230;&#8221;</p>
<p>&#8220;E tuo padre? Lo conoscevi tuo padre?&#8221;</p>
<p>&#8220;Anche lui in modo molto generico&#8230;&#8221;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Perchè l&#8217;architetto ha scritto CUISINE nella nostra cucina? Lo sappiamo che è la cucina&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;È un problema molto diffuso tra i giovani, la distrazione&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Che genere di arma desidera?&#8221;</p>
<p>&#8220;Una che fa male!&#8221;</p>
<p>&#8220;È capitato nel posto giusto!&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;La paura è importante per aiutarti a prendere decisioni, ma almeno una volta nella vita bisogna non aver paura&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;E quando hai deciso di non aver paura?&#8221;</p>
<p>&#8220;Questa volta&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;A pensarci bene ultimamente mi capitano molte cose rare&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Un padre non può fare a meno di amare suo figlio&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Chiedo scusa, però l&#8217;ho fatto apposta!&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cheyenne (Sean Penn)</p>
<p>&#8220;Grazie per aver suonato con me&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="This must be the place" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/thismustbetheplace.jpg" alt="" width="420" height="600" /></p>
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		<title>Il villaggio di cartone</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 20:16:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ermanno Olmi, dopo aver diretto “Centochiodi” nel 2007, disse di volersi dedicare da quel momento in poi solamente a documentari. Per nostra fortuna ci ha ripensato, e sforna nel 2011 un piccolo capolavoro.</p>
<p>Un parroco viene privato di ciò che di più importante ha al mondo: la sua Chiesa. E&#8217; la sua casa, il luogo in cui vive da tanti (troppi?) anni, un insieme di ricordi indelebili. Ma la Chiesa “non serve più”, e piano piano viene smantellata. Assistiamo pezzo per pezzo alla distruzione di questo luogo sacro, con gli oggetti che vengono portati via e un grande vuoto che colpisce lo spettatore. Immedesimandosi nel protagonista, non è affatto difficile immaginare quanto sia doloroso tutto ciò per il prete. Va avanti a latte e biscotti, è sempre più solo, si ritrova a parlare da solo ad alta voce per sopravvivere. Un bel giorno però qualcosa cambia: degli stranieri bussano alla porta dell&#8217;abitazione del parroco in cerca di riparo, un luogo dove stare. Il prete, secondo la logica che dovrebbe essere di tutti quelli come lui, non ci pensa due volte e apre la sua casa ai nuovi ospiti. Alcuni in casa, altri (la maggior parte) nella Chiesa. Saranno proprio loro a ridare vita alla Chiesa ormai abbandonata, a trasformarla da luogo di preghiera a luogo di accoglienza.</p>
<p>“Il villaggio di cartone” non è un film sul Vaticano o sulla religione cattolica, ma sugli esseri umani tutti. Ci si focalizza su Dio, sì, ma anche su ciò che ognuno di noi dovrebbe fare indipendentemente dalla sua Fede e dal suo credo. La potenza di questi nuovi “amici” che fanno visita al prete è incredibile: egli, che si credeva ormai solo e vecchio, si rende conto di essere ancora in grado di fare del bene concretamente, per della povera gente. Bellissima la sua reazione nei confronti degli uomini della legge che obbediscono a qualsiasi ordine venga loro impartito, seppur palesemente sbagliato, come fossero burattini. L&#8217;anziano signore è ora in grado di interrogarsi, domandarsi cos&#8217;era la sua Chiesa prima e cos&#8217;è la sua Chiesa adesso. E giunge anche alla conclusione che il Bene è più grande della Fede.</p>
<p>Ermanno Olmi riesce con un&#8217;intensità notevole a trasmettere l&#8217;idea che Dio sia in ciascuno di quei clandestini che cercano solo un tetto per ripararsi in attesa di ripartire.</p>
<p>Una pellicola semplice, ma al tempo stesso importante per il suo significato e le sue intenzioni. Ottima sceneggiatura con dialoghi mai banali e regia pulita che indugia sui volti dei personaggi (sarebbe meglio dire delle persone, in questo caso). Discorso a parte per il cast: il parroco (Michael Lonsdale) si adatta alla parte e offre una bella interpretazione. Purtroppo a deludere, in diversi momenti, è il doppiaggio, che incide negativamente anche sulla “prestazione” di Rutger Hauer (l&#8217;indimenticabile Roy Batty di “Blade runner”, ma qui con un altro doppiatore, tanto per rimanere sul tema). I più bravi, sembra paradossale (non trattandosi, credo, di attori professionisti) sono proprio i clandestini.</p>
<p>In conclusione, “Il villaggio di cartone” è un film che consiglio per riflettere sulla carità, la solidarietà, la differenza tra Fede e Bene. Appassionante.</p>
<p><img class="alignnone" title="Il villaggio di cartone" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/ilvillaggiodicartone.jpeg" alt="" width="412" height="600" /></p>
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		<title>Carnage</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 19:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Roman Polanski porta il teatro al cinema. Un compito arduo, una sfida difficile, che può riuscire solo a chi conosce bene il mezzo e lo sa gestire alla grande. “Carnage” è infatti la trasposizione cinematografica dell&#8217;opera teatrale “Il dio del massacro”, di Yasmina Reza.</p>
<p>La storia narra di due ragazzini (Zachary e Ethan) che litigano in un parco. Uno dei due “sfigura” l&#8217;altro facendogli perdere due denti. A questo punto, i genitori dei bambini si ritrovano a casa per discutere della questione e pensare a come rimediare al brutto gesto.</p>
<p>Il film è questo: la conversazione dei quattro genitori. Una realtà che, a primo acchito, non invoglia ad andare in sala e vedere la pellicola. Andandoci, invece, e man mano che i minuti passano, si capisce che ne è valsa la pena e non si sono persi 75 minuti della propria vita. Sì, “Carnage” dura solo 75 minuti, quasi un mediometraggio, ed è la durata ideale per un&#8217;opera del genere.</p>
<p>A reggere in piedi il tutto, oltre ai movimenti di macchina sempre attenti e perfetti di Polanski, sono i quattro maestosi attori protagonisti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly.</p>
<p>Partendo da un episodio semplice, e forse futile, almeno in parte (sebbene ingigantito), i quattro personaggi inizieranno a dibattere animatamente di tutto, mettendo in luce la falsità e l&#8217;ipocrisia del genere umano.</p>
<p>La pellicola si divide in due parti, ben distinte. Nella prima si cerca di “conciliare”, venirsi incontro, essere accoglienti e accomodanti e trovare una soluzione al problema con toni pacati, e con rilassatezza. Per la serie: “Ok, c&#8217;è stato un danno, mettiamoci intorno ad un tavolo e risolviamolo”. Nella seconda, invece, ci si lascia andare. Sì, basta falsi sorrisi, convenevoli, discorsi buonisti. Tiriamo fuori il peggio di noi, il nostro vero animo, e scontriamoci se dobbiamo scontrarci. Questo è lo spirito. E&#8217; qui la parte “divertente” della pellicola: frecciatine, battute continue, umorismo nero. Si ride di gusto. E si nota quanto le persone si contraddicano, si smentiscano, mentano agli altri e a loro stessi. Dapprima c&#8217;è una coppia che punzecchia l&#8217;altra, poi ci sono gli uomini col Blackberry contro le donne con le borsette, fino ad arrivare ad un tutti contro tutti (con tanto di citazioni belliche, come una vera e propria guerra).</p>
<p>Michael Longstreet (John C. Reilly) vende oggetti per la casa. Inizialmente è un ottimo padrone di casa: gentile, accogliente, disponibile. Poi mette in luce tutta la sua mediocrità, mostrandosi per quello che è: ammette lui stesso di non essere un brav&#8217;uomo, si mette a suo agio bevendo scotch, fumando, e poi dice le cose negative che pensa davvero degli ospiti.</p>
<p>Christoph Waltz (Alan Cowen) è un avvocato spietato e spregiudicato, si lascia convincere ad andare all&#8217;incontro con gli altri genitori dalla moglie. E&#8217; sempre al telefono, si alza continuamente interrompendo la conversazione e scatenando le ire della compagna e non solo.</p>
<p>Nancy Cowen (Kate Winslet) è una broker “debole di stomaco”. Falsa, falsissima, fissata con borsette e robe varie.</p>
<p>Penelope Longstreet (Jodie Foster) è probabilmente l&#8217;unico personaggio che ha qualcosa da salvare. E&#8217; anche lei falsa, sì, è anche un po&#8217; isterica, ma se non altro ha dei valori e crede ancora (si illude?) che l&#8217;umanità possa progredire. Forse potrebbe apparire ingenua e lontana dalla realtà, ma tutto ciò non è un male.</p>
<p>Quello che mette in luce “Carnage” è proprio, in primo luogo, la regressione dell&#8217;umanità. “Il tramonto dell’Occidente in un appartamento di New York”, come ha detto un critico. In secondo luogo, non si può “convivere” con chiunque. E&#8217; inutile fingere più di tanto, ci sono persone con cui non si potrà mai andare d&#8217;accordo, ed è giusto così. E&#8217; meglio dirsi tutto in faccia, piuttosto che indossare maschere. Ogni tanto bisogna lasciarsi andare.</p>
<p>Presentato al festival del cinema di Venezia, il film non ha incredibilmente vinto nessun premio. Ma c&#8217;è una buona notizia: l&#8217;Italia è il primo paese al mondo ad avere “Carnage” al cinema, distribuito da Medusa in 370 copie. Seguiranno a novembre Spagna e Germania, a dicembre Francia, Usa, Gran Bretagna e resto del mondo. E&#8217; un fatto altamente singolare, non di rado siamo l&#8217;ultimo paese al mondo ad accogliere film stranieri nelle nostre sale.</p>
<p>Giudicato da gran parte della critica come “film perfetto”, “Carnage” è una pellicola semplice, che vola basso, non si dà delle arie, ma riesce comunque a farsi apprezzare come se fosse stata scritta per vincere gli Oscar. Non un capolavoro, ma un film cinematograficamente perfetto, a cui non si riescono a trovare difetti. Sono due cose diverse, ma che soddisfano ugualmente appieno lo spettatore mentre esce dalla sala. Ottimo.</p>
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<p>Michael Longstreet (John C. Reilly)</p>
<p>&#8220;Non ne posso più di tutte queste stronzate buoniste e poi io sono un figlio di puttana con un brutto carattere. Ok?&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Jodie Foster<br />
&#8220;Ma chi gli ha chiesto di vomitare opinioni?&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alan Cowen (Christoph Waltz)<br />
&#8220;Io credo nel dio del massacro.<br />
Il dio che regna incontrastato dalla notte dei tempi&#8230;&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alan Cowen (Christoph Waltz)<br />
&#8220;Ho visto la sua amica Jane Fonda l&#8217;altro giorno in televisione,<br />
per poco non mi compravo un poster del ku klux klan&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="Carnage" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/carnage.jpeg" alt="" width="427" height="600" /></p>
<pre></pre>
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		<title>Cose dell&#8217;altro mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 17:06:31 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Difficilmente Francesco Patierno avrebbe potuto scegliere un titolo migliore per il suo nuovo film. “Cose dell&#8217;altro mondo”&#8230; sì, perchè ciò che questa pellicola racconta (e purtroppo è realtà) è davvero qualcosa fuori da ogni logica ed ogni comprensione: il razzismo.</p>
<p>Siamo in Veneto, giorni nostri. L&#8217;industriale Golfetto (Diego Abatantuono) adopera nella sua fabbrica operai stranieri. Grazie ad essi può permettersi una bella casa ed un tenore di vita invidiabile. La sera, in un programma televisivo locale, inveisce contro di loro con i suoi deliri xenofobi. “Apocalypse now!” esclama, augurandosi un apocalisse che spazzi via, come per magia, tutti gli stranieri. Ebbene, la mattina dopo ciò accade.</p>
<p>Tutto d&#8217;un tratto, in città non ci sono più stranieri. Ma non solo in città, anche in tutto il Veneto, ed in tutta Italia: una sorta di mega-sciopero di tutti i non italiani. Spariti, puff, niente. Le ricadute negative non tarderanno ad arrivare: quella più immediata colpisce Ariele (Valerio Mastandrea), poliziotto che si ritrova con la madre malata di Alzheimer a casa, senza badante. A Laura (Valentina Lodovini) sparirà il padre del bambino che aspetta, e molti bambini della scuola in cui insegna. Ma è evidente che la pellicola si focalizza proprio su ciò che perde l&#8217;industriale Golfetto: gli operai, e non solo. Colui che si gonfiava di orgoglio parlando ai suoi concittadini perde anche la prostituta che frequentava di sera. Malgrado egli sia sposato, rimarrà addolorato da questa scomparsa. Se la moglie avesse saputo il tutto probabilmente sarebbe rimasta ancora più addolorata. Forse ha solo fatto finta di non saperlo come spesso avviene in questi casi? Questo è un altro discorso.</p>
<p>“Cose dell&#8217;altro mondo” non è un capolavoro e non è un film con colpi di scena. Molto prevedibile, anche a causa delle numerose polemiche che hanno preceduto l&#8217;uscita in sala e la presentazione a Venezia. La storia è molto semplice, con un mix di componenti realistiche (purtroppo) e paradossali. Però è una commedia che fa molto ridere e fa molto riflettere, non è affatto poco.</p>
<p>Nel cast, oltre a Diego Abatantuono, spunta il sempre bravissimo Valerio Mastandrea. Questo ragazzo merita due righe: sceglie sempre ruoli che gli permettano di tracciare un filo comune tra tutti i personaggi che interpreta. Si può benissimo scambiare il Mastandrea di “Cose dell&#8217;altro mondo” con quello di “Non pensarci”, o ancora con quello de “La prima cosa bella”, e l&#8217;elenco potrebbe continuare. E&#8217; uno degli attori italiani più apprezzati (ed uno dei miei preferiti) forse proprio perchè è talmente naturale nella recitazione che&#8230; sembra che non reciti. Stralunato, un po&#8217; folle, simpaticissimo. Molti dei film che interpreta valgono il prezzo del biglietto già solo per il fatto che vi reciti lui. E poi qui abbiamo anche la bellissima Valentina Lodovini, che dopo “Generazione 1000 euro” definii, forse ingiustamente, la “Belen Rodriguez italiana” (in quella pellicola notai una somiglianza con la “showgirl” (?) argentina che adesso appare molto meno evidente).</p>
<p>Le polemiche legate al film di cui parlavo prima sono partite, guarda da un po&#8217;, dalla lega Nord. La pellicola viene accusa di essere “razzista e diffamatoria”. Peccato che ad essere razzista e diffamatorio non sia il film, ma i personaggi che il film mostra: una differenza non tanto sottile che chi ha messo in piedi queste polemiche (che poi è lo stesso tipo di persone che la pellicola vuole raccontare, è un cerchio che si chiude) non ha volutamente considerato. Come dire, cose dell&#8217;altro mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>P.S.: Simone Cristicchi, autore della colonna sonora, ha detto la stessa cosa che ho pensato io guardando il film: &#8220;Va fatto vedere nelle scuole&#8221;.</p>
<p><img class="alignnone" title="Cose dell'altro mondo" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/cosealtromondo.jpg" alt="" width="421" height="600" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mystic river</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Aug 2011 20:30:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Jimmy, Dave e Sean sono tre bambini amici per la pelle. Passano i loro pomeriggi giocando ad hockey per strada: c&#8217;è chi vince, c&#8217;è chi perde, e c&#8217;è sempre quella maledetta pallina che si infila nel tombino, interrompendo la partita sul più bello. Un giorno, non sapendo come trascorrere il resto della giornata dopo questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jimmy, Dave e Sean sono tre bambini amici per la pelle. Passano i loro pomeriggi giocando ad hockey per strada: c&#8217;è chi vince, c&#8217;è chi perde, e c&#8217;è sempre quella maledetta pallina che si infila nel tombino, interrompendo la partita sul più bello. Un giorno, non sapendo come trascorrere il resto della giornata dopo questo ricorrente avvenimento, decidono di incidere i loro nomi sul cemento fresco di un marciapiede in rifacimento. A questo punto arriva una macchina, dalla quale scende un uomo che si identifica come un poliziotto. Rimprovera i tre ragazzi, e porta con sé quello che abita più lontano, Dave. Il problema è che l&#8217;uomo sceso dall&#8217;auto non è un poliziotto, ma un pedofilo (in macchina c&#8217;è il suo amico, vestito da prete, forse non a caso). Il bambino, dopo qualche giorno di tremende violenze, riesce a scappare.</p>
<p>Anni Duemila: i tre vecchi amici sono cresciuti. Venticinque anni dopo la disgrazia, Jimmy, Dave e Sean non sono più amici come una volta, si vedono solo raramente, spesso solamente salutandosi. A causa di un altro evento spiacevole si ritrovano uniti (almeno formalmente, visto che gli eventi cercheranno di dividerli sempre più).</p>
<p>La prima pellicola alla quale ho pensato vedendo “Mystic river” è stata “C&#8217;era una volta in America”. Sarà per i protagonisti prima bambini e poi grandi, sarà per la violenza, sarà per la straordinaria regia e l&#8217;ottimo cast&#8230; Tuttavia sono due film indubbiamente diversi. Molti nel 2003 hanno considerato questa storia, in cui il fiume Mystic ha un ruolo chiave, come il miglior lavoro di Clint Eastwood. Avevano ragione, a quel tempo, ma penso che mai avrebbero potuto immaginare che quello non fosse l&#8217;apice della carriera di regista di Eastwood ma, incredibilmente, l&#8217;inizio di una nuova fase creativa. In ordine cronologico: “Mystic river”, “Million dollar baby”, “Changeling”, “Gran Torino”. C&#8217;è bisogno di aggiungere qualcosa?</p>
<p>L&#8217;aspetto psicologico, come nelle pellicole citate sopra, è rilevante anche qui. Molti hanno definito il romanzo “La morte non dimentica” di Dennis Lehane, dal quale il film è tratto, come shakespeariano e di notevole qualità letteraria. Eastwood è riuscito a riportare interamente questa qualità sullo schermo. Non è sicuramente superficiale ed approssimativo il modo nel quale il regista “scava” nei personaggi e nei loro segreti. Dei tre personaggi, sicuramente Dave (Tim Robbins) è quello che è rimasto più sconvolto da quanto gli è accaduto durante l&#8217;infanzia. Ma, come dice Jimmy (Sean Penn) durante una scena chiave, “Su quella macchina è come se ci fossimo saliti tutti e tre”. La vita di tutti e tre gli amici è cambiata: se per Dave, come accennavo, gli effetti dell&#8217;accaduto si vedono ancora venticinque anni dopo a livello psicologico, per gli altri due si vedono sotto altri aspetti. Jimmy è stato in galera per rapina, ed ancora oggi nonostante sia un commerciante non è un tipo raccomandabile. Sean, invece, è quello dei tre che “se l&#8217;è cavata meglio”. E&#8217; un poliziotto, ed il suo problema è un rapporto complicato con la moglie, la quale gli telefona ogni giorno senza che nessuno dei due dica niente.</p>
<p>Il cast di questa pellicola è stellare, e non ha bisogno di presentazioni. Su tutti spiccano Sean Penn (Oscar come miglior protagonista, meritatissimo) e Tim Robbins (Oscar come miglior attore non protagonista, anche qui meritatissimo), ma anche Kevin Bacon e Laurence Fishburne si dimostrano all&#8217;altezza del ruolo a loro assegnato.</p>
<p>Musiche sempre intense e gradevoli, scritte come da tradizione dallo stesso Clint Eastwood con suo figlio Kyle.</p>
<p>La sceneggiatura (di Brian Helgeland) è davvero ottima e ben scritta, e tutto si può dire tranne che sia piatta, lenta, spenta o definizioni negative di simile portata.</p>
<p>Per una mia scelta intrapresa anni fa con la nascita di questo blog, e portata sempre avanti con coerenza, non mi addentrerò troppo a fondo nelle vicende che riguardano la pellicola per non rovinare l&#8217;esperienza dei futuri “fruitori” di essa. Mi focalizzo però sul messaggio forte e chiaro che il film lancia. “Mystic river” parla della società di oggi, con tutto il suo egoismo che rende la società stessa sempre peggiore. Come accade per diverse pellicole di Eastwood i personaggi “buoni” non sono molti. Elemento sicuramente affascinante per lo spettatore e, al tempo stesso, tristemente realistico. Ciò che sembrano dire i personaggi, ed uno in particolare nel finale, è: “Io penso solo alla mia famiglia, a proteggere mia moglie ed i miei figli ad ogni costo. Tutto il resto non conta”. E&#8217; una logica comune a molti, troppi, che non ci porterà lontano. Non ne sono totalmente immune, lo dico in maniera autocritica, ma riconosco quanto sia sbagliata. Pensare solo al proprio “orticello”, e gli italiani ne sanno qualcosa, non porta a progredire ma a regredire. Non aprire la mente, gli occhi, ed anche metaforicamente le orecchie verso i problemi che ci circondano, non ci rende uomini migliori. Mi rendo conto che sia una questione complessa, a cui molti non badano o fingono di non badare, ma il film giustamente la porta in primo piano. In un articolo che ho letto si parla di “qualche obiezione morale negli spettatori di Cannes (dove è stato presentato, ndr)”. E&#8217; a questo che mi riferisco. Quello a cui “Mystic river” mi ha portato, e dovrebbe portare, è una riflessione su noi stessi, una forte critica ed autocritica riguardante i nostri comportamenti e la nostra visione del mondo. Va bene pensare alle nostre persone care, ci mancherebbe altro, ma non vanno dimenticati i valori (onestà e dignità in primis, ma la lista è lunghissima) che la nostra società sta sempre più perdendo. Il rischio di diventare tutti degli omertosi, o peggio dei mafiosi nel senso originale del termine, è troppo pericoloso per poter essere corso. Grazie Clint, per questo capolavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>C&#8217;è mia figlia là dentro!? C&#8217;è mia figlia là dentro?!?! No! Nooooo! (<strong>Jimmy Markum</strong>)</p>
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<p>A volte penso che ci siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina. (<strong>Sean Devine</strong>)</p>
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<p>Dentro di me io lo so che ho contribuito alla sua morte&#8230; ma non so in quale modo. (<strong>Jimmy Markum</strong>)</p>
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<p>16 anni fa sono stato dentro due anni. Ti serve per sapere chi ha ucciso mia figlia?! (<strong>Jimmy Markum</strong>)</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie per aver trovato gli assassini di mia figlia, Sean. Se solo fossi stato più veloce. (<strong>Jimmy Markum</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io non mi fido più nemmeno della mia mente, Celeste. Devo avvertirti. (<strong>Dave Boyle</strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>Jimmy</strong>: E la cosa che mi fa incazzare, Dave, è che non riesco nemmeno a piangere per lei! Era mia figlia e non riesco a piangere per la sua morte!<br />
<strong>Dave</strong>: Jimmy&#8230; stai piangendo adesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sean</strong>: Jimmy, quando è stata l&#8217;ultima volta che hai visto Dave?<br />
<strong>Jimmy</strong>: L&#8217;ultima volta che ho visto Dave&#8230;<br />
<strong>Sean</strong>: Sì, Dave Boyle.<br />
<strong>Jimmy</strong>: Dave Boyle&#8230;<br />
<strong>Sean</strong>: Sì, Jimmy. Dave Boyle.<br />
<strong>Jimmy</strong>: 25 anni fa, lungo questa strada, nel retro di quella macchina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lauren</strong>: Nora.<br />
<strong>Sean</strong>: Che cos&#8217;è?<br />
<strong>Lauren</strong>: Nora. È il nome di nostra figlia, Sean.<br />
<strong>Sean</strong>: Nora. Mi piace, è un bel nome. Nora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sean</strong>: A volte penso che&#8230; penso che ci siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina. E tutto questo è solo un sogno, lo sai?<br />
<strong>Jimmy</strong>: Un sogno, certo.<br />
<strong>Sean</strong>: In realtà, siamo ancora ragazzini di 11 anni chiusi in una cantina a immaginare come sarebbe stata la nostra vita se fossimo scappati.<br />
<strong>Jimmy</strong>: &#8230;Forse hai ragione, Sean. Chi cazzo lo sa?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="Mystic river" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/mysticriver.jpg" alt="" width="420" height="613" /></p>
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		<title>Hereafter</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 02:09:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>George Lonegan è un sensitivo americano in grado di vedere nel passato delle persone solamente stringendo loro le mani. Inizialmente decide di mettere il suo dono al servizio degli altri, diventando ricco ma finendo poi “schiacciato” da questa dote che per lui è solo una condanna. Decide così di fare semplicemente l&#8217;operaio, rinunciando al denaro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px 'Times New Roman'} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px 'Times New Roman'; min-height: 15.0px} -->George Lonegan è un sensitivo americano in grado di vedere nel passato delle persone solamente stringendo loro le mani. Inizialmente decide di mettere il suo dono al servizio degli altri, diventando ricco ma finendo poi “schiacciato” da questa dote che per lui è solo una condanna. Decide così di fare semplicemente l&#8217;operaio, rinunciando al denaro e cercando di rifarsi una vita. Il fratello Billy, che non vuole o non riesce a capire l&#8217;esigenza del fratello di cambiare “mestiere”, ha l&#8217;obiettivo di speculare su questa abilità, e l&#8217;impressione è che ciò prevalga anche sul suo reale affetto per George.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Marie Lelay è una giornalista francese che vive sulla sua pelle uno tsunami in terra asiatica, e sopravvive. Tra il momento in cui viene travolta dal maremoto e quello in cui si risveglia, vede la morte. La descrive come una sensazione di serenità, senza tempo e luogo, una condizione nella quale si riesce a vedere a 360 gradi e si è circondati da persone. Questa esperienza straordinaria avrà ripercussioni sulla sua vita, anche quella sentimentale e professionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Marcus e Jason sono due piccoli fratelli inglesi con una madre tossicodipendente. Uno dei due per scappare da un gruppo di bulli finirà sotto un autoveicolo, passando a “miglior vita”. Entrambi sveglissimi e forse troppo grandi per la loro età, si cercheranno nonostante il destino li abbia “materialmente” divisi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre storie, che apparentemente sembrano non avere niente in comune, entrano in contatto tra di loro a causa dell&#8217;unico componente che le unisce davvero: la morte. Clint Eastwood, dopo il deludente (per quanto mi riguarda) “Invictus”, torna al cinema e prova di nuovo a stupire. “Hereafter” è un film sull&#8217;aldilà, su quello che c&#8217;è dopo la vita. Come ha detto lo stesso regista: “Questo film non dà risposte, fa solo domande”. E così è. Anche perchè fornire risposte a domande così complesse e più grandi di noi, è francamente difficile se non impossibile. Con queste tre diversissime storie, il regista vuole darci tre spunti diversi per ragionare sull&#8217;argomento: chi ha avuto una grave perdita in famiglia, chi è sopravvissuto alla morte, e chi la morte la vede attraverso gli altri. Il dubbio che mi assaliva prima di recarmi al cinema la prima volta per la visione della pellicola era: “Come avrà Eastwood incastrato tre vicissitudini così diverse in un unico lungometraggio?”. Ci è riuscito, più nella parte finale che in quella iniziale, ma ci è riuscito. Diciamo che l&#8217;obiettivo che si era posto non era molto facile, e questo nel corso del film si nota. Le tre storie non si amalgamano alla perfezione, qualcuno potrebbe avvertire in alcuni momenti una certa lentezza o pesantezza, ed il fatto di parlare di tre situazioni diverse porta un po&#8217; all&#8217;effetto “studente che rischia di andare fuori tema”. Insomma, in certi frangenti ci si potrebbe superficialmente chiedere: “Dove vuole andare a parare?”. Come spesso accade, quando si parla di cinema bisogna portare pazienza, e mano a mano che i minuti passano si capisce che i timori iniziali non erano per fortuna fondati. Il film c&#8217;è e scorre emozionando e ponendo serie riflessioni.</p>
<p>Faccio tutte queste puntualizzazioni perchè “Hereafter” è una pellicola che a molti non è piaciuta. E qui faccio una distinzione di pubblico tra quelli che hanno visto i precedenti lavori del regista e chi no. Ai primi dico una cosa: Clint Eastwood, secondo me, non dirigerà mai più un capolavoro del livello qualitativo di “Gran Torino”. Non tanto per l&#8217;età o per quello che volete voi, quanto per il fatto che raggiungere le vette di quella pellicola (ma anche di “Million dollar baby” o di “Changeling”, per citarne altri due visto che “Mystic river” non l&#8217;ho ancora visto) ritengo sia quasi impossibile. E dirò di più: andare al cinema aspettandosi un lavoro di questo livello è una scelta perdente. Bisognerebbe sempre mantenere le aspettative alla misura più bassa possibile: sia per non rimanere delusi da un eventuale passo falso, sia per analizzare più criticamente la pellicola, e sia, se le cose vanno bene, per uscire dalla sala cinematografica in maniera ancora più entusiasta. E&#8217; una regola, questa, che applico praticamente da sempre e che ritengo valida. Comunque, sia questa parte di pubblico che quella che del mitico regista non ha mai visto nulla, hanno avuto da obiettare essenzialmente su: disomogeneità del film a causa delle diverse storie, a cui non è stato dato lo stesso peso; scelta di non doppiare le parti della pellicola in francese, limitandosi ai sottotitoli; livello di recitazione in generale.</p>
<p>Sulla prima obiezione sono d&#8217;accordo, come già detto precedentemente. Alcune decisioni a livello narrativo e di sceneggiatura hanno ripercussioni negative sul film. Nella parte iniziale, come hanno detto alcuni, c&#8217;è un uso forse eccessivo di scene drammatiche volte a provocare la lacrima facile. La disomogeneità c&#8217;è, anche questa, nella parte iniziale, ma poi viene superata.</p>
<p>Il non aver doppiato le parti in francese della pellicola (che non sono poche, lo preannuncio a chi ancora non avesse visto il film) è una scelta che ho adorato sin da subito, per due motivi: lo splendido accento francese della protagonista Cécile de France, ed il fatto che per una volta riusciamo a godere di alcune scene di una pellicola proprio come sono state concepite, con la recitazione degli attori originali. C&#8217;è da sempre una infinita diatriba tra i patiti dei film in lingua originale e chi invece preferisce il doppiaggio. In Italia, purtroppo, siamo da sempre stati abituati alla seconda opzione. Ed il fatto è che, se un tempo avevamo doppiatori bravissimi, ora anche quelli cominciano a scarseggiare. E&#8217; capitato più volte recentemente che la visione di una pellicola sia stata rovinata da un doppiaggio tutt&#8217;altro che esaltante. Non voglio mettere il dito nella piaga, ma bisognerebbe riflettere su questo.</p>
<p>Infine, la recitazione (che poi è strettamente correlata a quanto detto prima): il mancato doppiaggio secondo me ha influito nel giudizio negativamente, essendo come ho detto proprio poco fa abituati a sentire sempre i film parlati nella nostra lingua. Gli attori sono bravi: Matt Damon (George Lonegan) restituisce bene sullo schermo il forte disagio provato dal suo personaggio; Cécile de France (Marie Lelay) dona molta naturalezza; i due bambini George McLaren e Frankie McLaren (Marcus e Jason) sono impeccabili nonostante la loro età. Ecco, posso concordare ad esempio sul fatto che la prestazione di Thierry Neuvic (Didier, il compagno di Marie) non sia proprio esaltante, questo sì. Ed ho anche trovato molto fastidiosa Bryce Dallas Howard nel suo, per fortuna, piccolo ruolo da ragazza facile (conosciuta da George Lonegan in un corso di cucina) nonostante un bruttissimo trauma alle spalle.</p>
<p>Regia classica (in senso positivo) e le consuete ottime musiche che caratterizzano i film di Clint Eastwood completano il quadretto. Giudicate voi se “Hereafter” è un buon film o meno. Per me, pur essendo inferiore senza dubbio ad altre opere del regista, rimane comunque un capolavoro.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Arial} --><strong>George Lonegan</strong></p>
<p><em>&#8220;Se pensi di essere solo,stai tranquillo,non sei solo&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Arial} --><strong>George Lonegan</strong></p>
<p><em>&#8220;Il mio non è un dono&#8230;.è una condanna!&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="alignnone" title="Hereafter" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/hereafter.jpg" alt="" width="420" height="594" /></p>
<p><em><br />
</em></p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Tutti per uno</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 20:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>danmartin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>“Ho deciso di far iniziare e finire il film nel 2067, perché spero che nel futuro, guardando a questi anni, ci chiederemo come sia stato possibile questo abominio, maltrattare questi bambini che vengono da guerra e povertà, anziché dar loro un futuro migliore”.</p> <p>Le parole del regista Romain Goupil ci danno una chiarissima idea del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px 'Times New Roman'} -->“Ho deciso di far iniziare e finire il film nel 2067, perché spero che nel futuro, guardando a questi anni, ci chiederemo come sia stato possibile questo abominio, maltrattare questi bambini che vengono da guerra e povertà, anziché dar loro un futuro migliore”.</p>
<p>Le parole del regista Romain Goupil ci danno una chiarissima idea del significato profondo del film. Il titolo originale è “Les mains en l&#8217;air”, che letteralmente significa “Le mani in aria”. Ma in Italia, inspiegabilmente, lo hanno titolato “Tutti per uno”. Scelta più che discutibile, visto che “Le mani in aria” è pertinente con il finale della storia. In ogni caso, parliamo di un film sull&#8217;immigrazione. E&#8217; ambientato nella Francia nei giorni nostri, ma come già anticipato si apre e si chiude con delle scene girate in un immaginario 2067. Scelta non comune, ma apprezzabile, che tra le altre cose dà alla pellicola quasi un tocco di “documentario”.</p>
<p>La storia è quella di Milana, bambina nata in Cecenia che arriva in Francia all&#8217;età di 3 anni senza documenti. In seguito alle restrittive politiche sull&#8217;immigrazione della Francia di Sarkozy, la bambina sarebbe costretta a lasciare il paese, ma per fortuna ha degli amici che le vogliono davvero bene e che cercheranno di fare di tutto affinchè ciò non accada. La voce narrante di Milana, ormai in età avanzata, ci accompagna alla scoperta della sua infanzia, quando con gli amici aveva messo in piedi un giro di dvd pirata. Parlare al passato, quando invece la vicenda si svolge ai giorni nostri, è singolare, ma con “Tutti per uno” accade. Nonostante la loro giovanissima età, i bambini si rivelano molto svegli ed intelligenti, ed anche sensibili. Blaise, che è un po&#8217; il capogruppo della comitiva, prende molto a cuore il caso di Milana e le offrirà ospitalità nella sua casa. Per fortuna la madre, molto attenta alla causa degli “stranieri” e molto generosa proprio come il figlio, accetta di avere in casa questa ospite. Tra i due bambini, Milana e Blaise, si svilupperà una grande simpatia che con il tempo diventerà un amore mai vissuto davvero. Ma “Tutti per uno”, più che altro, è un film in cui i bambini danno lezioni agli adulti. Accade spesso nella vita reale, ed in questo caso anche al cinema. I bambini ci ricordano che siamo tutti uguali, ci ricordano la loro purezza. I pregiudizi derivano sempre dagli adulti. Un bambino che non viene influenzato in tal senso dai genitori (o chi per loro) non avrà mai problemi a giocare con un bambino di un&#8217;altra nazionalità e/o religione. La scelta, vincente, del regista di dare ai bambini il ruolo di protagonisti ci permette di vivere un film delicato, tenero, poetico. I pochi adulti coinvolti (vedi la madre di Blaise) sono vicini alla causa dei bambini. Questo anche quando i ragazzi, per dar risalto sui media al problema della loro amica Milana, decideranno di organizzare una simbolica fuga da casa.</p>
<p>I francesi sono davvero bravi a fare cinema. Non è un fatto che scopro adesso, ma che noto da diversi mesi. Mi risulta difficile pensare che un film del genere sarebbe potuto essere stato girato in Italia. Non solo per il risultato finale (molto buono) ma anche per l&#8217;approccio. Un film a misura di bambino, potrei dire in maniera forse superficiale ma chiara.</p>
<p>La regia è curata, non fatta in maniera approssimativa. La sceneggiatura, nella sua semplicità, ha delle lacune, ma nel contesto è da apprezzare. Gli attori appaiono molto bravi, utilizzo questo verbo (appaiono) perchè purtroppo in questo caso il doppiaggio è davvero orribile, è un film che andrebbe visto in lingua originale con sottotitoli. Soprattutto la voce della madre di Blaise (ma non solo!) non denota a mio parere grande professionalità. Se poi consideriamo che l&#8217;attrice è italiana (Valeria Bruni Tedeschi) e che quindi la voce della versione italiana potrebbe essere la sua, le cose di certo non migliorano.</p>
<p>Per quanto riguarda la storia, senza rivelare troppo della trama sebbene non sia un film ricco di colpi di scena, è molto interessante la svolta romantica che avviene verso la fine. Un argomento, l&#8217;amore, che anche nel cinema è un po&#8217; come il prezzemolo: sta bene ovunque. A questo aggiungiamo anche che i protagonisti sono bambini, e di sicuro il film parte con un buon vantaggio. Potrebbe essere considerato “furbo”, ma non è così. “Tutti per uno” è una storia profonda che pone in primo piano questioni attuali ed importantissime, che riguardano sì la Francia (dove la pellicola è ambientata) ma, più in generale, l&#8217;Europa tutta. Bel risultato, complimenti.</p>
<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Milana</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2"><em>&#8220;Stavo male perchè stavo bene!&#8221;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2">I bambini (sul retro di un volantino)</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2"><em>&#8220;On s&#8217;appelle tous Milana&#8221;<br />
(Siamo tutti Milana)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0">
<tbody>
<tr>
<td colspan="2">Cendrine</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2"><em>&#8220;Non avrò buon senso, ma ho una morale!&#8221;</em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em><img class="alignnone" title="Tutti per uno" src="http://www.danmartin.it/wp-content/uploads/tuttiperuno.jpg" alt="" width="420" height="600" /><br />
</em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em><br />
</em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
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