Come si fa a parlar male di questo film? Non lo so, non lo so davvero. “De gustibus non disputandum est”, sì, ma io obiettivamente fatico a trovare difetti a quest’opera.

- “Un giorno devi andare”: chi, deve andare?

Augusta, donna italiana di 30 anni.

- “Un giorno devi andare”: dove?

In Amazzonia, con suor Franca, amica della madre.

- “Un giorno devi andare”: perchè?

Perchè il marito l’ha lasciata dopo che ha saputo che non può avere figli; per cercare di lenire il suo dolore; per (ri)scoprire il senso della vita, i valori.

Queste sono probabilmente le tre domande che vengono subito in mente a chiunque legga il titolo di questo film per la prima volta. E il bello è che sono solo le prime di una lunga serie, quando poi si va al cinema.

Se dovessi incasellare obbligatoriamente “Un giorno devi andare” in un genere o in un range di film, direi che è una via di mezzo tra “The Mission” di Roland Joffé e “Into the wild” di Sean Penn, con elementi de “Il villaggio di cartone” di Ermanno Olmi. Ma ovviamente è solo una considerazione personale basata sulla mia scarsa cultura cinematografica. Sarebbe riduttivo, infatti, ricollegare questo film ad altri, o fare dei paragoni.

Come dicevo, “Un giorno devi andare” pone domande, tante domande. È un viaggio di quasi due ore alla ricerca di sé stessi. Essendo in Amazzonia, molto intelligente è la scelta del regista Giorgio Diritti di far recitare gran parte del film in portoghese: ciò accentua di molto l’immedesimazione del pubblico con i personaggi.

Ho letto le critiche più diverse riguardo a questo lavoro: lento, senza emozioni, protagonista che non sa recitare, e via discorrendo. Non so cosa consigliare a queste persone, ma se questo è davvero ciò che è rimasto loro dopo la visione del film, c’è qualcosa che non va, secondo me.

Probabilmente, lo hanno ritenuto lento perchè non ci troviamo di fronte al kolossal americano con effetti speciali a iosa, azione ecc. Qui, l’azione principale che è richiesta è quella del proprio cervello. Si ammira, ci si interroga, si ascolta. Ecco, possibilmente “Un giorno devi andare” va visto con il massimo silenzio possibile. Esperienza che, purtroppo, al cinema è sempre più rara a causa della dilagante ed estrema maleducazione, ignoranza ed allo scarso rispetto verso il prossimo da parte della gente. Come questo non è un film per tutti, neanche la sala cinematografica lo è (almeno in queste occasioni). Ci sono tanti passatempi tra cui scegliere, e la gente deve capire che quando si va al cinema è come se si andasse in biblioteca: bisogna tacere. Detto questo, i film lenti sono quelli senz’anima, senza un fine, senza un significato, senza una direzione. Non è questo il caso.

Le emozioni non mancano. Il percorso intrapreso dal personaggio di Augusta è quello che ciascuno di noi potrebbe intraprendere. Decidere di lasciare tutto ed andare dall’altra parte del mondo, per cercare di aiutare chi ne ha bisogno (prima) e sé stessi (poi), è una scelta molto coraggiosa ma che di certo ripaga. Quando dico che le emozioni non mancano, lo dico anche per questo. Il modo in cui il personaggio interpretato da Jasmine Trinca affronta la situazione, rende il personaggio stesso molto vicino a noi, molto umano. Intensità e sensibilità trasudano da ogni scena, ed il merito ovviamente è anche dell’attrice protagonista.

Una storia che affronta questioni così universali come (tra le altre) la religione, il senso di colpa degli esseri umani e la ricerca del senso della vita, può essere interpretata in diversi modi, con diverse sfumature. Tant’è che, ad esempio, lo stesso regista ci fa vedere la storia dal punto di vista della protagonista, ma anche dal punto di vista della madre e della nonna che sono rimaste in Italia, di suor Franca, e di una ragazza brasiliana. Tutto questo per far capire la grandezza dei temi trattati.

Personalmente, ci ho visto un atto d’accusa verso gli esseri umani. Suor Franca rappresenta la Chiesa, e ciò che vediamo è una suora che cerca di battezzare dei bambini, di insegnar loro qualche preghiera, ma sempre “dall’alto”. Mi spiego: la concretezza deriva da Augusta, quando decide di andare a Manaus, nelle favelas, per cercare di riscoprire (come dice lei) “la Terra”. Suor Franca e gli altri stanno a guardare, più che altro. E come sta a guardare suor Franca, stiamo a guardare anche noi. Il “senso di colpa” che viene evocato nel film è anche questo. Tutti siamo colpevoli, fin quando non decidiamo di cambiare le cose dove c’è bisogno di cambiare le cose. Augusta lo fa, ci prova perlomeno, gli altri invece?

Ma Giorgio Diritti ci fa anche vedere che le colpe vanno ricercate nella stessa popolazione che va aiutata, in alcuni casi. C’è chi, per denaro, si vende e tradisce la propria comunità, per la gioia dei potenti e il rammarico del resto della comunità.

Ed è così che Augusta resta sola. La ragazza che pensa troppo si isola, perchè il senso della vita ed i valori, negli altri, non li ha trovati.

Di scene bellissime, in “Un giorno devi andare”, ce ne sono tante. A me viene in mente una delle tante contraddizioni mostrate. In un momento della sua vita in Sudamerica, Augusta finisce per fare le pulizie in una palestra. È un’immagine secondo me potentissima, che mostra le differenze tra un mondo più naturale (quello degli Indios, delle piccole comunità come quella che frequenta Augusta) ed uno più artificiale (quello industrializzato, il nostro insomma). La palestra è il luogo che rappresenta, per eccellenza, la globalizzazione, il capitalismo, il nostro mondo frenetico. Tutto ciò che si fa in palestra lo si potrebbe tranquillamente fare nella natura. Invece no, noi preferiamo andarci a rinchiudere per ore in un luogo, appunto, chiuso. Preferiamo correre sul tapis roulant, anziché in mezzo agli alberi, con lo sguardo rivolto al cielo. Preferiamo alzare dei pesi, anziché dei rami. E ancora preferiamo nuotare in piscina, anziché nel mare o nel fiume. Magari quando Giorgio Diritti ha deciso di far fare questo lavoro ad Augusta, non aveva pensato a questo. Ma a me questo è venuto in mente.

“Un giorno devi andare” è un film di Donne, di Donne con la D maiuscola. Augusta è certamente una grande Donna, che ha capito che bisogna mettere la felicità al primo posto e che bisogna, come dice lei, “sporcarsi le mani”. È una che non si piega, che va avanti per la sua strada incurante di tutto il resto. Non nascondo che il suo personaggio mi ha affascinato davvero tanto, e ritengo che vada preso come esempio da tutti noi.

La colonna sonora è buona, ed aggiungo che io ritengo i silenzi parte integrante della colonna sonora, quindi…

La regia non ha bisogno di parole, ma di spettatori. Lasciatevi ammaliare dalle splendide ambientazioni, dai colori, dai movimenti di camera, dalle genialate come ad esempio le fotografie alla casa che viene portata via dal fiume.

La sceneggiatura è interessante, specie nell’intreccio tra i diversi punti di vista dei vari personaggi, come già detto.

Concludendo, “Un giorno devi andare” è un’esperienza che va fatta almeno una volta. Magari non ritroveremo noi stessi, ma rifletteremo su come ritrovarci. È un film che segna, e che dopo la visione si ricorderà a lungo. Forse, come dissi per “Into the wild”, può cambiare la vita.

 

 

 

Augusta

“Io sono scappata dal dolore, ma ovunque io provi a guardare è lì, dentro di me!”

 

Una cosa che adoro nella mia vita di amante dell’arte cinematografica, è entrare in una sala credendo di vedere un buon film, ed uscirne con la consapevolezza di aver visto invece un ottimo film. E’ una cosa che accade molto più raramente di quanto non si creda, ma con “Viva la libertà” è accaduto.

Quando si pensa al cinema italiano, ai giorni nostri, si pensa o ai classici cinepanettoni che qualcuno pretende ancora di spacciare come divertenti, o alle commedie senza capo né coda (possibilmente con protagonisti che non sono attori ma “cani”), o al limite ai film d’autore che vengono visti come se fossero il diavolo e che incassano poche migliaia di Euro.

Roberto Andò riesce nella difficile, rara, encomiabile impresa di realizzare una pellicola italiana che riesca a far profondamente riflettere senza essere per questo di nicchia (le persone che hanno voglia di riflettere e tormentarsi al cinema, almeno in Italia, lo sono), ma anzi di facile ricezione per il pubblico. Non solo “Viva la libertà” non è un film né noioso, né pesante, ma addirittura riesce a divertire (in alcune scene anche tanto, almeno per i miei gusti) e a far “volare” un’ora e mezza di tempo.

Si parla di politica, politica italiana per l’appunto. E il modo in cui viene descritta non poteva essere più vicino alla realtà, anche in termini temporali. C’è il leader del principale partito di opposizione che viene accusato da più parti di aver distrutto il partito portandolo alla catastrofe e facendogli perdere un sacco di voti, ci sono i componenti del partito stesso che si sfregano le mani speranzosi di rubare la poltrona al leader in declino, e c’è il braccio destro del segretario del partito che non sa più da che parte stare. Aggiungeteci un personaggio considerato pazzo (ma che in realtà non potrebbe essere più lucido, e che fa capire perchè i pazzi dovrebbero essere amati ed ascoltati un po’ di più) ed il gioco è fatto.

Il protagonista assoluto ed indiscusso del film è Toni Servillo. Un attore magistrale, eccezionale, di sicuro uno dei migliori che abbiamo in Italia se non il migliore in assoluto. La sua interpretazione è l’ennesima, incredibile dimostrazione della sua poliedricità e delle mille facce che riesce ad assumere quando è sullo schermo, con una straordinaria naturalezza. Dovrebbe essere la regola di un po’ tutti gli attori, sempre, ma non lo è. Al suo fianco troviamo un Valerio Mastandrea stranamente fuori fuoco, in un ruolo molto diverso da quello in cui siamo abituati a vederlo. Spiace dover sacrificare le sue grandi doti recitative (schiettezza, stralunatezza, sarcasmo ed ironia fuori dal comune, tra le altre) al servizio del personaggio principale che è appunto quello di Toni Servillo, ma il cinema è anche questo. E’ un Mastandrea un po’ spento, ma è sempre lui, e speriamo di rivederlo presto fornire prestazioni pari a quelle vissute in “Cose dell’altro mondo”, “La prima cosa bella”, o “Non pensarci”, tanto per citarne alcuni. Alla fine per un attore, e lo capisco perfettamente, ogni tanto è bello cambiare.

“Viva la libertà” può essere davvero interpretato in tanti modi: è sicuramente una perfetta fotografia della situazione politica italiana attuale (e non solo attuale, purtroppo) vista dagli occhi dell’opposizione (quindi non vi aspettate un Cetto La Qualunque, per dire), ma non si limita a fotografare una situazione complicata e basta. La analizza, cercando di capire dove si è sbagliato, provando ad indicare come vi si potrebbe porre rimedio e mostrando sorprendenti parallelismi tra politica e cinema. Non esonera nessuno da responsabilità, e quindi (in alcune scene in particolare) invita lo spettatore/elettore a riflettere sul fatto che se siamo in una brutta situazione politica la colpa è anche (anche? Solo?) sua. E ancora, si prende beffa di lui mostrandone la sua ingenuità, il suo disinteresse, la sua fiducia che ormai si è tramutata in fiducia dettata solo dalla disperazione e dall’incapacità di reagire.

Non stiamo parlando infatti di un film di “fatti”. In “Viva la libertà” ci sono tanti dialoghi, promesse, discorsi, “lezioni”, ma sono solo chiacchiere, non fatti, o meglio non fatti concreti in favore del popolo. Questo è un altro punto chiave della nostra politica che è stato fotografato eccezionalmente: la ricerca da parte dell’elettore medio di un oratore, di un guru, un uomo carismatico che ha sempre la risposta pronta e che fa promesse che fanno sognare e sperare. Il film si ferma qui, nel punto giusto, senza mostrare se il cambiamento delle parole corrisponderà a quello dei fatti. Un nuovo leader? Un modo di porsi diverso? Una dialettica migliore? Basta questo a cambiare gli eventi? Le risposte, le riflessioni, e le dovute conclusioni, spettano a noi.

Bonus: colonna sonora sublime e un omaggio, negli ultimi fotogrammi, a Sergio Leone. Già questo vale il prezzo del biglietto.

 

 

Dici: per noi va male.  Il buio cresce.  Le forze scemano.  
Dopo che si è lavorato tanti anni  
noi siamo in una condizione  più difficile di quando  si era appena cominciato.  
E il nemico ci sta innanzi  più potente che mai. 
 Sembra gli siano cresciute le forze.  
Ha preso una apparenza invincibile.  
E noi abbiamo commesso degli errori,  non si può negarlo.  
Siamo sempre di meno.  Le nostre parole d’ordine sono confuse.  
Una parte delle nostre parole  le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili. 
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?  Su chi contiamo ancora?  
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? 
Resteremo indietro,  senza comprendere più nessuno  e da nessuno compresi?  
O contare sulla buona sorte?  Questo tu chiedi.  
Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.

(“A chi esita”, Bertolt Brecht)

Devo ammettere una cosa: se non fosse stato per le critiche feroci della gente nei social network, forse questo film non l’avrei mai visto. Ma ho imparato che quando tante persone parlano così incredibilmente male di un film, a volte quest’ultimo non è così osceno come i commenti lascerebbero pensare. E’ questo il caso? Sì.

Guardo un trailer esteso che dura la bellezza di quasi sei minuti (caso unico nella storia del cinema?), leggo alla svelta qua e là recensioni e l’idea generale è che è una pellicola (anzi, magari pellicola, purtroppo mi sono dovuto accontentare del digitale) che divide. “O si ama o si odia”, afferma qualche critico occhialuto. E allora prendo armi e bagagli (no, è solo un modo di dire, non ho preso nessuna di queste cose), e con un po’ di coraggio e sprezzo del pericolo mi dirigo al cinematografo.

Il film dura centosessantaquattro minuti (anche se la durata dei film ormai sembra un’opinione, a giudicare da come cambia da sito a sito, e quindi non lo considerate un dato certo), ma lo spettacolo è alle 15.30 e quindi non corro il rischio di tornare a casa a notte fonda (giacchè i cinema che frequento, ovvero quelli decenti a Roma, distano non pochissimo da casa mia). Entro in sala sapendo già grosso modo di cosa parlerà ciò che sto per vedere (a differenza dell’italiano medio che va a vedere un capolavoro di Terrence Malick e poi si lamenta perchè non ride come con “I soliti idioti”, ammesso che quella porcata faccia ridere, per dire) e che la proiezione sarà in digitale, poichè il Multisala Barberini, dopo la ristrutturazione di qualche mese fa, ora proietta solo in digitale.

Si spengono le luci, parte il jingle del Dolby Digital Cinema, e via.

“Cloud Atlas” è la storia… No, scusate, non è la storia. “Cloud Atlas” racconta sei storie che si intrecciano tra di loro, mischiando passato, presente, e futuro. Ogni storia ha un genere diverso: si passa dalla fantascienza al thriller, dall’azione alla demenza, dal romanticismo al poliziesco. E forse ne ho tralasciato qualcuno. Ecco, qui emerge un primo difetto: vedere in una scena un film che sembra “Blade runner”, e poi vedere nella scena dopo un film che sembra “Una notte da leoni” (cito un titolo a caso, giacchè non è un genere che prediligo), e nella scena successiva ancora un film che sembra “Il signore degli anelli”, non è sempre propriamente simpatico. Non disturba, ma può deconcentrare, confondere, distogliere l’attenzione. Questo a volte capita: alcune di più, altre di meno, talvolta ce ne si dimentica proprio. D’altronde va anche detto che questa non è un’operazione voluta dai fratelli Andy e Lana Wachowski e da Tom Tykwer (i registi), ma una componente già presente nel libro “L’altlante delle nuvole” (perchè non tradurre in italiano un titolo così bello anche per il film, invece che solo per il libro? Bah…) di David Mitchell, preso come fonte di ispirazione. Quindi si è scelto di premiare la fedeltà, ed inoltre, secondo me, questo stratagemma voleva essere usato (senza successo, temo, purtroppo) per avvicinare quanta più gente possibile a quest’opera. Visto che ce n’era l’occasione, perchè no?

L’amalgama delle storie funziona bene (molto bene man mano che ci si avvicina al finale), la commistione di generi un po’ meno. La causa, a parer mio, è da ricercare nel fatto che tre storie sono state girate dai fratelli Wachowski, ed altre tre da Tom Tykwer. Sì, proprio così, sono state utilizzate addirittura due unità di ripresa diverse. Una vera follia, secondo me, che avrà sicuramente costretto il montatore Alexander Berner a tante ore di lavoro straordinario per fare miracoli (che gli sono riusciti, peraltro). Non vi sto a dire esattamente quali storie sono state girate dagli uni e quali dall’altro, tanto sarebbero date fine a sé stesse se lette prima della visione del film, ma le storie dei fratelli le riconoscerete sicuramente perchè sono quelle girate meglio, più spettacolari, anche più riuscite complessivamente. Ma poi detesto le anticipazioni (o gli spoiler, in gergo), si sa.

La sceneggiatura, malgrado le quasi tre ore di durata, regge. Certo, ci sono momenti un po’ più lunghi di altri, ogni tanto la tentazione di guardare l’orologio viene, ma il ritmo è garantito ed onestamente non ci si annoia mai davvero. Abbiamo dialoghi di eccelsa fattura, che pescano a piene mani dalla letteratura ma non solo. In alcuni casi elaborati, in altri più semplici. Attenzione: semplici, non banali. Per quelli banali ci sono i “libri” di Fabio Volo.

La regia è di certo un punto di forza del film: ci troviamo di fronte ad un lavoro incredibile, una vera gioia per gli occhi, una maestria di fronte al quale ci si può solo togliere il cappello e ringraziare. Le scene di fantascienza sono un’iniezione di adrenalina, e gli effetti speciali non sono inutili o fastidiosi, ma complementari alla trama ed alla futura realtà che i registi vogliono raccontare. Di certo, insieme al montaggio a cui accennavo prima, l’abilità tecnica di chi è stato dietro alla macchina da presa sarebbe obiettivamente da elogiare da parte di tutti. Non dimentichiamo che il film è costato (sembra) 100 milioni di dollari, è una co-produzione di Stati Uniti d’America e Germania, ed è forse il film indipendente più costoso di sempre, visto che non ha l’appoggio di nessuna grande casa di produzione (no, non è un caso). Di sicuro, e di gran lunga, è quello più costoso della Germania.

Discorso a parte merita la recitazione. La particolarità di questo lungometraggio, è che ogni attore interpreta fino a sei ruoli differenti, dislocati nelle varie epoche. Dato che si parla di passaggi temporali e di collegamenti tra epoche diverse, è un’idea a dir poco geniale. Permette, infatti, una comprensione maggiore da parte dello spettatore di uno dei temi principali che si vogliono affrontare, quello delle connessioni tra gli esseri umani, per l’appunto.

Un’altra nota dolente, ma neanche tanto grande alla fin fine, arriva qui: il trucco degli attori (che trattandosi di epoche e storie diverse cambiano aspetto fisico ed in alcuni casi addirittura sesso) è a volte oggettivamente ridicolo. Sembra di vedere “Baarìa” di Tornatore, o peggio.

Però gli attori sono troppo bravi, e anche se sembra che uno di loro, in un particolare ruolo, sia uscito da un recente e squallido “film” italiano con personaggi molto in voga tra i giovani (e non solo tra i giovani, purtroppo), poco ce ne cale. Tom Hanks, Halle Berry, Jim Sturgess, Hugh Grant e Susan Sarandon (solo per citarne alcuni) sono qui ai massimi livelli e nessun trucco li può distruggere.

E la musica? La musica è parte della trama, quindi è più che una colonna sonora. E fortunatamente, dato che ha una parte così importante, è straordinaria. Non sarebbe stato carino avere musica di scarsa qualità per tutto il film, ma per fortuna il rischio è scongiurato alla grande. La partitura musicale è cibo di qualità per il nostro udito, e per il nostro cuore.

“Cloud Atlas” è pieno di dettagli (a volte geniali) e non lesina citazioni. Io amo i dettagli, specie quando non sono sempre facilmente individuabili come in questo caso. Ed amo le citazioni che hanno un senso, non sono banali, e sono funzionali alla trama. Anche questo è il caso.

La chiave di quest’opera cinematografica non è la connessione tra gli esseri umani, non è la vita, e non è neanche la morte. La chiave di questo lavoro è molto di più.

“Cloud Atlas” è un inno alla ribellione, alla libertà, alla vita. E lo è nel modo meno scontato possibile, considerando come di solito il cinema ci presenta questi “inni”.

E’ quasi rivoluzionario per la potenza del messaggio che trasuda da ogni scena, specie in quelle della parte finale. E’ un film contro le multinazionali, le discriminazioni, l’Ordine che certi potenti del mondo desiderano fortemente e sanno che senza una scossa della popolazione mondiale possono avere con relativa facilità.

E’ un film contro i consumatori stessi, ma a favore degli esseri umani nel momento stesso in cui mostra una realtà e dice che è sbagliata.

Perchè ho detto che non è un caso che non sia prodotto da nessuna grande casa di produzione? Perchè è un film scomodo, perchè è un incredibile invito alla riflessione, perchè è una carica alla reazione ed alla rivolta che raramente al cinema vedo, specie di questi tempi.

Al caso non ci credo, e se i mass media in molti casi (specie in America, per la verità, poiché area più influente) lo hanno stroncato, il motivo c’è e secondo me è lampante. Il Time lo ha addirittura definito come “peggior film del 2012”, una definizione che solo a sentirla è cacofonia pura.

“Cloud Atlas” non è un capolavoro, perchè è pieno di difetti. Ma è un film immenso, ambizioso ma non presuntuoso, potentissimo, intelligente, sorprendente, emozionante, pieno di maestria e passione per il cinema. Ed è per questo che, sebbene non sia il film più vicino alla perfezione che io abbia mai visto, posso affermare che “Cloud Atlas” è una sontuosa opera che va vissuta almeno una volta nella vita. Vita che non è nostra, peraltro.

Cloud Atlas – Trailer Esteso Italiano Ufficiale HD

“Mi sono imbattuto in un diario, scritto nel 1849 da un avvocato morente in viaggio da un’isola del Pacifico a San Francisco. Manca metà libro. Per me è assolutamente devastante. Un libro incompiuto è, dopotutto, una storia d’amore incompiuta…”

 

“Che stai leggendo?” “Vecchie lettere…” “Perché continui a leggerle?” “Non lo so… cerco solo di capire perché continuiamo a commettere gli stessi errori, ogni volta…

 

“Ho scritto interi movimenti immaginando i nostri ripetuti incontri in vite diverse, epoche diverse…”

 

“Passiamo e ripassiamo sulle nostre orme come pattinatori artistici… l’amore della mia vita, cosa ne era stato di lei?”

 

“L’ho sentito in un sogno, ero in un terrificante caffè bombardato da luci abbaglianti, sotto terra, e senza via di uscita…e le cameriere avevano tutte lo stesso volto…”

 

“Pensa mai che l’universo va contro di lei?”

 

“C’è un ordine naturale in questo mondo, e coloro che tentano di capovolgerlo non se la passano bene…”

 

“Quando esalerai l’ultimo respiro capirai che la tua vita altro non è stata che una piccola goccia in un oceano sconfinato!” “Ma cos’è l’oceano se non una moltitudine di gocce?”

 

“Il problema che create è di natura politica…”

 

“Sento come se qualcosa di importante mi fosse accaduto, è possibile? L’ho appena conosciuta eppure mi sono innamorato di Luisa Rey…”

 

“Un vero suicidio è una regolata, disciplinata certezza. La gente pontifica: “Il suicidio è un atto di codardia!” Non può essere più lontano dalla verità. Il suicidio richiede un tremendo coraggio.”

 

“Mi hai salvato due volte, ora.” “Tu cadi, io ti afferro.”

 

“Oh Notte Solitaria. Vento che morde fino a osso. Vento come questo pieno di voci: antenati che ti urlano contro cianciando storie… Tutte voci raccolte in Una… una voce differente, una voce che bisbiglia là fuori… che spia da oscurità… quel demonio zannuto… Ora voi orecchiatemi attenti, e io vi chiacchiero della prima volta che ci siamo visti… Occhio a Occhio…”

 

“La Verità è Singolare… … le sue versioni sono Non-Verità.”

 

Prima domanda: “Per quale segreto nel rapporto di Sixsmith varrebbe la pena ucciderlo?” Seconda domanda: “E’ ragionevole credere che ucciderebbero ancora per proteggere quel segreto?” Se è così, terza domanda: “Che cazzo ci faccio io qui?”

 

“Sebbene la mia estesa esperienza come editore mi abbia portato a disdegnare i flashback, le anticipazioni e altri scaltri trucchetti, ritengo che se Tu mio caro Lettore riesci a prolungare la tua pazienza solo per un momento troverai che esiste un motivo per questo racconto di follia.”

 

“Non lasciare che dicano che mi sono ucciso per amore. Ho avuto le mie infatuazioni, ma entrambi in fondo sappiamo chi è l’unico amore della mia breve, luminosa vita…”

 

“Sixsmith, salgo i gradini dello Scott Monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti far vedere tutta questa luminosità… non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso…”

 

“Essere vuol dire essere percepiti, pertanto conoscere se stessi è possibile solo attraverso gli occhi degli altri. La natura della nostra vita immortale è nelle conseguenze delle nostre parole e azioni, che continuano a suddividersi nell’arco di tutto il tempo.”

 

“Io non sarò mai soggetta a maltrattamenti criminosi”

 

“La nostra vita non ci appartiene. Da grembo a tomba, siamo legati agli altri. Passati e presenti. E da ogni crimine, e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro”.

 

 

Vidi per la prima volta questo film il 25 Giugno 2005 (il film uscì in Italia il 17 dello stesso mese) alle ore 22:50 nella Sala 1 del Multisala Barberini a Roma. Da quel giorno sono passati più di 7 anni, una ristrutturazione della Multisala Barberini, altri due capitoli della trilogia che ora si è conclusa (con “Il cavaliere oscuro” del 2008 e “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” del 2012), ed almeno 10 visioni da parte mia dell’opera oggetto di questa recensione.

Perchè ricordo addirittura il giorno ed il luogo esatto (fa eccezione la fila ed il numero del posto a sedere, ma conservo ancora il biglietto del cinema, quindi…) in cui ho visto questa pellicola? Perchè l’ho vista almeno dieci volte? Perchè non ne ho mai parlato in una “recensione” finora?

E’ semplice: “Batman begins” è il film che ha fatto nascere in me la passione per il cinema.

Ebbene sì, nel 2005 avevo 16 anni e la mia “cultura cinematografica” era a livelli minimi. Non ricordo, onestamente, di aver visto grandi film tra il 1989 ed il 2005, se non per qualche lavoro Disney (che nonostante tutte le controversie che li riguardano, rimangono dei capolavori del genere). Certo, ora non mi posso definire né colto in ambito cinematografico, né un critico, ma un appassionato sicuramente sì. Ed il merito va, sicuramente, a Christopher Nolan e a questo suo lavoro, che ha dato il via a qualcosa di grande per quanto mi riguarda. Potrei dire che quel giorno di inizio estate sia stato per me un momento cruciale nella mia vita, sì. C’è chi si avvicina al cinema con titoli altisonanti ed universalmente riconosciuti come capolavori assoluti, con Leone, con Kubrick… Ed invece io l’ho fatto con una pellicola che non è considerata tale. Capita.

Tutta questa lunga premessa serve a dire che il mio commento sul film è e sarà, inevitabilmente, ancor meno oggettivo ed obiettivo di tutti gli altri. C’è un fattore affettivo particolare che mi lega a questo film: mi ricorda l’adolescenza, mi ricorda un periodo in particolare della mia vita privata, mi ricorda l’estate, mi ricorda la “capa tanta” che feci ai miei compagni di classe, amici e familiari con le citazioni del film (ancora oggi so molte battute a memoria), mi ricorda la capacità di sognare e tante altre cose che con l’età si perdono, almeno in parte.

“Batman begins”, come il titolo lascia intuire, narra la nascita del personaggio di Batman. Vediamo il trauma dell’infanzia di Bruce Wayne (che lo segnerà per tutta la vita), vediamo il percorso (raccontato molto bene, a mio parere, anche con dovizia di particolari) che lo porterà ad indossare una maschera ed un mantello, vediamo l’inizio della sua battaglia contro la criminalità a Gotham, vediamo la sua ascesa. Ciò che colpisce maggiormente del primo Batman di Nolan (ed in parte anche dei capitoli successivi) è l’incredibile fedeltà al fumetto ed il tono “dark” conferito alla pellicola. Nolan ha attinto a piene mani da alcuni fumetti di Batman come ad esempio “Batman: Anno uno” di Frank Miller. Io, che lo lessi dopo aver visto il film, rimasi inizialmente impressionato da quanto bene fosse stato portato sullo schermo quel fumetto. Ovvio, diverse cose cambiano per esigenze cinematografiche e non solo, ma più fotogrammi sono rappresentati in maniera praticamente identica rispetto al fumetto. E la cosa fa piacere, visto che ritengo i fumetti di questo personaggio dei piccoli capolavori. Un altro fattore molto importante che mi ha portato ad amare questo film è l’alto livello di realismo: non ci troviamo di fronte alla classica americanata o allo stupida pellicola di supereroi, da popcorn, e robe simili. Certo, bisogna considerare che si tratta sempre di un fumetto, ma il tutto sta in piedi benissimo lo stesso.

Parliamo degli attori. Christian Bale riesce a farci apprezzare Batman per quello che è: non un supereroe, ma un uomo. E’ bravissimo, anche se purtroppo nella versione italiana la sua interpretazione è rovinata dall’orrendo doppiaggio di Claudio Santamaria. Nonostante questo, si capisce lo stesso quanto l’attore (il vero attore) si sia calato bene nel personaggio. Mi riprometto ogni volta di vedere la pellicola in originale, ma poi non resisto e mi riguardo la versione italiana per comodità. Curiosità: Bale, per recitare nel ruolo, è dovuto ingrassare di circa 40 chilogrammi, perchè aveva appena finito di girare “L’uomo senza sonno”, in cui interpretava un uomo magrissimo.

Michael Caine interpreta Alfred, il maggiordomo di Bruce Wayne. Si caratterizza per l’humour inglese e l’aplomb tipico del personaggio. Qui, per fortuna, con il doppiaggio va decisamente meglio, e vale lo stesso per gli altri personaggi.

Katie Holmes interpreta Rachel, l’amica d’infanzia di Wayne. E’ un personaggio inventato, che nei fumetti non esiste, ma è incredibile quanto si scopra essere utile e funzionale alla storia se portato sullo schermo. Quanto all’interpretazione della Holmes, ricordo che ne parlarono tutti male. A me, invece, sta bene. E’ protagonista di alcune scene chiave, ed è bellissima, quindi credibile come amica di Bruce Wayne. Nel secondo capitolo (“Il cavaliere oscuro”) questo personaggio non sarà interpretato da lei ma da Maggie Gyllenhaal. Io preferisco la Holmes.

Gary Oldman interpreta il commissario Gordon: nel film potrebbe essere definito come il principale aiutante di Batman insieme a Lucius Fox (Morgan Freeman). Incorruttibile, ligio al dovere, di basso profilo. Nel fumetto viene raccontata meglio la sua vita privata.

Gli altri personaggi principali sono il dott. Crane/Spaventapasseri (Cillian Murphy), Carmine Falcone (Tom Wilkinson) ed i personaggi della Setta delle Ombre.

La regia di Christopher Nolan è ad alti livelli: la spettacolarità non manca, ma ci sono molti dialoghi e quindi anche alcune scene più statiche. La fotografia, come prevedibile, offre toni dark.

Quanto alla sceneggiatura, credo sia il punto di forza di questa pellicola, e ciò che ne fa il capitolo migliore della trilogia di Nolan. Come dicevo, il livello di realismo è alto ed il film sembra davvero verosimile. Ne “Il cavaliere oscuro”, ma soprattutto ne “Il cavaliere oscuro – Il ritorno”, purtroppo, i buchi di sceneggiatura invece abbondano e se ne perde sinceramente il conto. Troppe volte, specie nella terza parte della trilogia, ci si chiede perchè accada una certa cosa, e come sia possibile. Qui, in “Batman begins”, no. Tutto fila, ed è ovvio che ciò influenzi molto il giudizio finale dell’opera.

La colonna sonora è scritta da Hans Zimmer e James Newton Howard, ed è bellissima. L’idea di assumere due compositori fu volta al creare brani che rispecchiassero entrambe le personalità dei personaggi interpretati da Christian Bale, ovvero Batman e Bruce Wayne. I titoli dei 12 brani del cd, in latino, rappresentano specie e sottospecie di pipistrelli.

Uscito dalla sala, quel 25 Giugno 2005, pensai: “Non devono fare nessun seguito!”. Lo pensavo perchè ritenevo quella pellicola talmente bella che nessun seguito sarebbe stato alla sua altezza. Inoltre il film parla comunque di una storia che si conclude (eccetto l’ultimissima scena, messa lì apposta sebbene Nolan dica il contrario), quindi che bisogno c’era di fare addirittura due seguiti? Ma i soldi sono soldi, e quindi il mio desiderio non si è avverato. “Il cavaliere oscuro” è un buon film, su “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” invece ho più di qualche riserva.

Sì, avrei sperato che “Batman begins” rimanesse lì da solo. E’ per me un capolavoro nell’ambito del cinema spettacolare. La visione è consigliata a tutti, senza eccezione alcuna. Niente noia, tanta azione, un tocco di romanticismo ed anche qualche risata che male non fa. Che lo spettacolo cominci.

 

 

Io cerco i mezzi per combattere le ingiustizie, per volgere la paura contro coloro che la usano per depredare. (Bruce Wayne)

 

Sai perché cadiamo, Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi. (Thomas Wayne al figlio Bruce)

 

Hai imparato a seppellire il rimorso sotto la collera. Ti insegnerò ad affrontarlo ed ad accettare la verità. Sai combattere contro sei uomini. Noi ti insegneremo a fronteggiarne seicento. Tu sai come sparire. Noi ti insegneremo come si fa a diventare invisibile. (Ducard a Bruce Wayne)

 

Studia sempre il terreno di scontro. (Ducard a Bruce Wayne)

 

L’addestramento è niente, la volontà è tutto! La volontà di agire! (Ducard a Bruce Wayne)

 

Nera si può avere? (Bruce Wayne, dopo aver guidato il Tumbler, la futura Bat-mobile)

 

Non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica. (Rachel a Bruce Wayne)

 

Non mi è concesso il lusso di avere amici. (Bruce Wayne/Batman)

 

[Trovando Bruce Wayne schiacciato da una trave durante l'incendio nella villa]Cosa le fa a fare tutte quelle flessioni se poi non solleva una trave?! (Alfred)

 

Signori, è il momento di diffondere il messaggio. E il messaggio è… panico! (Ducard)

 

Siete in trappola! Non c’è niente di cui avere paura… tranne la paura stessa! (Spaventapasseri)

 

Alfred: Perché i pipistrelli signor Wayne?
Wayne: Perché mi fanno paura. Che li temano anche i miei avversari!

 

La prima volta che ho rubato per non morire di fame ho perso molta della supponenza legata al semplicistico concetto di giusto o sbagliato… (Bruce Wayne/Batman)

 

Teatralità e inganno sono armi potenti! (Bruce Wayne/Batman)

 

Bella macchina!

Dovresti vedere l’altra... (Bruce Wayne/Batman)

 

Gordon: Non ti ho mai detto grazie…
Batman: E non dovrai mai farlo.

 

Per vincere la paura, devi diventare paura (Ducard)

 

“Io non ti ucciderò, ma non sono tenuto a salvarti!” (Batman)

 

Per cosa?
La giacca.
Ok. Ehi, ehi, me lo prendo io, è un bel cappotto.
Sta’ attento a non fartelo vedere. Presto verranno a cercarmi.
Chi?
Tutti. (Bruce Wayne ed il barbone)

 

Dovranno essere ordini consistenti per evitare sospetti.
Quantifica.
Direi sui 10.000 pezzi.
Be’… Cosi’ almeno avro’ i ricambi. (Alfred e Bruce Wayne)

Di questo film, quando uscì nelle sale, sentii parlare molto bene da parte di critica e pubblico. Aggiungiamoci che ha vinto addirittura il premio della sezione Controcampo Italiano della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2011, mescoliamo il tutto, ed ecco che si formano aspettative di livello medio-alto. Non ebbi la possibilità di andarlo a vedere al cinema a quel tempo, quindi l’ho recuperato ora su Sky Cinema.

Bruno (Fabrizio Bentivoglio) è un uomo di mezza età (diciamo mezza, va) che è stato in passato un professore e che ha smesso di insegnare per dedicarsi totalmente alla scrittura. Il problema è che, dai racconti che scriveva un tempo, ora è passato alla biografia di una pornostar slovacca (Tina, interpretata da una splendida Barbora Bobulova). In realtà da’ anche ripetizioni, ma in generale affronta la vita a testa bassa, da sconfitto, da “arrivato”. Per descriverlo in una parola: transeunte.

La sua vita cambierà quando incontrerà Luca (in realtà all’inizio del film già lo conosce) con cui si instaurerà un rapporto speciale, per vari motivi che non sto a spiegare per non svelare troppo della trama.

Luca (Filippo Scicchitano, per la prima volta sullo schermo) è un quindicenne come tanti: ignorante fino al midollo, “caciarone”, egocentrico/esibizionista. Però, nonostante tutto, è anche simpatico, intelligente, vitale. A scuola i professori direbbero: “E’ bravo ma non si applica”. Non è un personaggio da odiare e non viene neanche presentato troppo sotto una cattiva luce. In fondo è solo un ragazzo, ed in quell’età tanti errori sono inevitabili e comprensibili. E poi, a renderlo più simpatico sono proprio la “brillantezza” e l’essere diretto ma in un certo modo sarcastico, qualità non così comuni in fondo in un ragazzo di quell’età.

Luca vive con la madre, ma quest’ultima deve partire per 6 mesi per lavoro e così il ragazzo rimane da solo. Anche lei (Marina, la madre del ragazzo, interpretata da Arianna Scommegna) non ha nessuno a cui “lasciare” l’adolescente, e così ecco che egli finisce a casa del professore (c’è una motivazione in più, in realtà).

Cos’è “Scialla! (Stai sereno)”? E’ il tentativo di raccontare uno spaccato della gioventù (romana, in questo caso) e del rapporto con i suoi genitori, sostanzialmente. E’ inoltre la descrizione di una situazione familiare odierna, a livello generale, sempre più complicata e quindi difficile da gestire. Non è una pellicola “bacchettona”, non è una pellicola volgare, è una pellicola che sin dall’inizio si pone l’obiettivo di essere realistica e dunque raccontare situazioni reali.

Ci riesce? Ci riesce per un po’.

Il film scorre via tranquillo, con molta leggerezza, e qualche risata qua e là. Dico “qua e là” perchè qui credo che entri in gioco, questa volta come non mai, la soggettività. Chi scrive questa recensione è un romano, che ha superato i venti anni ma non i trenta, e che è nato, è vissuto e vive tuttora nella periferia romana. Quello che voglio dire è che tipiche espressioni dialettali (e nello specifico del gergo giovanile) romane, ormai non mi fanno più ridere granchè. Nel senso che ci sono abituato, le ascolto quotidianamente da anni e talvolta le uso anche io. Sono la norma. Di conseguenza, una pellicola che prevalentemente cerca la sua comicità (e va considerato che non è prettamente un film comico, ma una commedia) nell’uso dello slang dei giovani della Capitale d’Italia, nel mio caso perde qualche punto. Per un lombardo, un piemontese, un siciliano, un abruzzese o un calabrese (tanto per non citare tutte e venti le regioni italiane), invece, non penso che tutto ciò sia assolutamente un fatto negativo. A mio modo di vedere, questo è lo stesso “problema” (le virgolette sono d’obbligo, perchè chiamarlo problema è esagerato e perchè è un fatto soggettivo) che affliggeva “La nostra vita” di Daniele Luchetti. Anche lì si descriveva una realtà che conosco molto bene. Insomma, alla fine il discorso è lungo ed arzigogolato, dipende anche da ciò che una persona vuole vedere al cinema: se un film per scoprire nuove realtà, o un film per rivedere la propria, di realtà.

Ciò che a questo lavoro di Francesco Bruni non perdono, è la parte finale: assolutamente frettolosa, tirata via, e soprattutto non realistica. Se mi si presenta una pellicola (io continuo ad usare questo termine perchè mi piace anche se ormai purtroppo il digitale comanda, ma ne riparleremo un’altra volta) che dall’inizio ha l’ambizione e l’obiettivo di essere fedele alla realtà e di raccontare uno spaccato della gioventù di questo paese, e poi la stessa pellicola nel finale tradisce tutti questi buoni propositi, per me è come un suicidio.

Il finale è una parte fondamentale in un’opera cinematografica: non basta azzeccarlo da solo per fare dell’opera stessa un grande film o addirittura un capolavoro, ma senza dubbio il riuscire a crearne uno di valore, sensato, coerente, aumenta anche di molto il valore del prodotto. E qui invece non ci siamo, no.

Quindi “Scialla! (Stai sereno)” offre da una parte una discreta qualità generale, una sceneggiatura che fino alla parte finale (esclusa) si regge abbastanza bene in piedi, una recitazione che con Fabrizio Bentivoglio raggiunge livelli davvero ottimi (Filippo Scicchitano, più che recitare, si deve “solo” limitare a rappresentare molti dei suoi coetanei, e non penso che abbia fatto molta fatica) ed una colonna sonora che all’inizio sembra da “Cesaroni” ma che invece non è totalmente da buttare via. Dall’altra, offre invece un finale incoerente e non realistico (si può tralasciare tranquillamente la questione dei dialetti a cui facevo riferimento prima). Ci sono buone intuizioni (in questo momento mi vengono in mente le metafore ed i collegamenti tra l’epica che Luca sta studiando a scuola e la situazione dei protagonisti che ripassano la lezione a casa), qualche risata, ma non è un prodotto per il quale spenderei dei soldi. Quindi non ne consiglio l’acquisto in DVD, Blu-Ray, pay per view et simili. Se siete curiosi e volete vederlo, aspettatelo sulla tv generalista o guardatelo su Sky se siete abbonati. Oppure… Oppure non posso incitare a commettere reati, quindi basta.

Curiosità: il protagonista Luca ha la scritta “Verità per Stefano Cucchi” sullo zaino e “Fuck the cops” sul muro della sua camera.

 

 

Tina: “Sei un gatto da termosifone!”

Bruno: “Sì, ma con il termosifone spento!”

 

 

Bruno: “Ho due ernie…!”

Luca: “È una cosa positiva o negativa?”

 

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